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Il mio Passatore
di Paolo Reali, 07/06/2017

Con i suoi 45 anni rimane una delle gare più affascinanti che si conoscano, detta la corsa più bella del mondo, che tutti i podisti, italiani e non, almeno una volta nella vita, devono provare a portare a termine,
Quando si pensa all’ultramaratona, si pensa a questa gara, questo cammino estenuante lungo l’Appennino che da Firenze porta a Faenza.
Per la quinta volta (sarebbe la sesta, considerando che un’edizione non mi è stata convalidata perché il chip non si trovava all’altezza del punto di rilevamento), mi accingo a correre questa follia per alcuni, un sogno per noi che ci crediamo, come ormai un appuntamento quasi d’obbligo.
Odiata e amata allo stesso tempo vuoi, proprio perché avendo cancelli orari molto larghi viene corsa da tanti con poco o addirittura senza allenamento indi, al di fuori della loro portata, aumentando così la possibilità di infortuni vuoi, per la presenza delle auto e biciclette degli accompagnatori degli atleti che creano intralcio ai concorrenti, la 100 km del Passatore va oltre, passa sopra a tutto.



La storia di questa gara in Italia è la storia di questa disciplina delle ultramaratone e solamente chi l’ha vissuta arrivando al traguardo di Faenza, a volte in lacrime può descrivere la gioia che si prova; si tratta di un viaggio con se stessi e come ogni "impresa" necessita di un pizzico di follia. E non significa correre al limite. Da persona normale prima della partenza, ci si trasforma in una persona migliore all'arrivo; è una grande occasione per dimostrare a se stessi che si possono fare grandi cose in quei momenti; rialzarsi miracolosamente ogni volta che "si cade". E come tutte le grandi corse essa diventa una metafora della vita, un intera esistenza raccolta nell’arco della durata di questo viaggio interiore; un viaggio interiore che ognuno fa dentro e con se stesso e che sole le lunghe distanze permettono di realizzare. Momenti di buio e di sconforto si alternano a momenti di euforia determinata, anche dall’incontro di sempre nuovi amici lungo la strada compagnia, che permette di superare i tanti timori e situazioni insite in un percorso di tal fatta. E come in tutte le ultra maratone, difficilmente si resta indifferenti. Esse lasciano un segno indelebile che serve come esperienza per affrontare nuovi limiti. Ciò che rimane è un bagaglio umano di notevole spessore, ci si mette in gioco per testare la propria resistenza fisica, la capacità di sostenere certi ritmi, superare i propri, ascoltare interiormente se stessi, le proprie emozioni e fatiche, percependo alla fine valori essenziali, quali il rapporto con gli altri.

Ed è così ormai da sempre, da quella mattina del 1973 quando nacque quella che allora si chiamava la “100 Chilometri del Passatore Firenze-Romagna (Faenza)”. Un'idea folle che all’inizio rimase in un cassetto ma che poi una sera prese corpo nella “Cà de Bè” a Bertinoro, davanti a una piadina al prosciutto e una bottiglia di Sangiovese. Lì, a tavola, si buttò il seme. E a buttarlo quel seme furono quattro appassionati della corsa che avevano in testa un’idea meravigliosa: Alteo Dolcini, forlimpopolese di nascita e segretario generale del Comune di Faenza, Francesco Checco Calderoni, faentino doc, assicuratore e presidente della sezione manfreda dell’U.O.E.I., Unione Operaia Escursionisti Italiani, Renato Cavina, giornalista di “Stadio” e della “Gazzetta dello Sport” e Carlo Raggi, giornalista del “Resto del Carlino.
Quarantacinque anni fa e sembra ieri perché il tempo scivola via. Quarantacinque anni in cui la 100 chilometri del Passatore è diventata non un’ultramaratona ma l'ultramartona con l’articolo determinativo. Una e una sola. Unica. E’ diventata il sogno proibito, la sfida, la madre di tutte le corse per le migliaia di “folli” che hanno deciso di provarci. Centro chilometri da Firenze a Faenza partendo di pomeriggio e arrivando di notte o la mattina dopo. Attraversando il cuore dell’Appennino passando nei paesi e nei borghi che restano svegli ad aspettare i partecipanti e ad applaudirli. La storia passa di qui. Ed è cosi anche quest’anno. Con 2900 iscritti che sono il nuovo record, con il re Giorgio Calcaterra che vince per la dodicesima volta a tirare il gruppo e con le storie di tutti, dal primo all’ultimo, da portare al traguardo.

Gia’ la partenza fa venire i brividi anche ai veterani; ali di folla al passaggio, mani che non esitano a scaldarsi per applaudire, bambini che salutano. La strada inizia a salire e si sente tutta sulle gambe ancora fredde, si arriva Fiesole, città “di quello ingrato popolo maligno”, che ci saluta al passaggio, le emozioni sono forti, si aprono ai nostri occhi scorci panoramici sulla città di Firenze.
Dopo aver scollinato sulla Vetta Le Croci, al km 16,5, finalmente la strada scende e permette di prendere un po’ di fiato. Il caldo nonostante il sole si sia abbassato infierisce su tutti, e costringe a bere a volte più del dovuto con immancabili sofferenze di tutti i generi. Si arriva al primo check-control a Borgo San Lorenzo. La gara lascia temporaneamente la strada principale per entrare nel centro del paese, un passaggio sul tappeto del 31,5 e gli applausi scoscianti dei passanti. Ci si sente bene l’impressione è che si sta andando, si prende fiducia in se stessi e ciò da la carica giusta, ma si sa che la salita riprenderà tra il 31° e il 32° km e lì un terzo di gara sarà andato. Le gambe vanno, ci si sente bene, euforici poi la strada sale, sale 34 mo, 35mo, 36mo… si cerca di non pensare al 100° ma solo al Passo della Colla, è solo quello l’ obiettivo, nulla di più, da lì, possiamo pensare che il più è fatto, si prosegue la salita si fa piu’ dura e il fiato sale. Le gambe girano male, si arriva al cartello Maratona ma, non c’è troppo da distrarsi, la salita continua sino al km 48 a 913m s.l.m, li dove c’è il Passo della Colla e non perdona; non è difatti il punto di arrivo, come dicono molti: “Una volta scollinato è fatta, poi è tutta discesa”. No! E’ lì che il Passatore ci mette alla prova, è lì che si concentra tutto: la notte, il freddo, i dolori, la stanchezza; tutto questo rappresenta la solitudine del maratoneta. Non bisogna illudersi che da quel punto inizi la discesa e gli ultimi 52 chilometri si possano correre. Bisogna evitare di farsi prendere dalla foga della discesa, rischiare di farsi prendere la mano. Ci si guardi avanti e indietro, è buio. Ora si è soli, ci si si perde nei fari delle auto che illuminano la strada. L’agognato ristoro è vicino, si tira il fiato, ci si ferma, ci si cambia, si riposa un po' e poi giù per 52 km. Discesa illusoria.

Il primo traguardo è Marradi e da quel momento inizia a far freddo nonostante ci si sia coperti, inizia la nausea, i dolori ai piedi e alle gambe, si soffre maledicendo il giorno in cui ci si è iscritti ad un ennesima 100. Tutte uguali, sempre gli stessi panorami… ma chi te lo fa fare, mi tornano all’orecchio le parole di mia moglie al calduccio di casa, ma come sempre tornerò sui miei passi. I crampi allo stomaco mi costringono ad alternare il passo con la corsa e a non alimentarmi quasi più.
La strada ditta e larga non aiuta di certo, ma è sufficiente alzare lo sguardo e osservare il cielo stellato, maestoso, limpido e terso per commuoversi e sentire tutta la nostra piccolezza. Nel buio, si ode il fiume scorrere sotto la strada, è il Lamone incrociato una trentina di chilometri più su, subito dopo avere attraversato Passo della Colla, e poi ecco San Cassiano, Fognano, Brisighella con le loro case arroccate e chiese immerse nella quiete della notte.
Albeggia ormai, mancano circa dieci chilometri, forse una serie di ampie svolte in leggera salita non permettono di vedere Faenza, già festante per l’arrivo di numerosi atleti; dal quinto ogni chilometro è segnato e inizia la conta, meno 5, meno 4 ecc… Il viale d’ingresso alla città vede atleti che aumentano l’andatura, alcuni non ce la fanno e rallentano, ma ormai è fatta, si vede in lontananza il campanile della chiesa, le arcate della bellissima piazza, il primo gonfiabile, l’arco con il timing finale, la medaglia sofferta, e in più quest’anno anche il piatto è finitaaaa”.




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