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Al servizio dei più deboli
di Antonio Marino, 13/06/2018

A chi non è mai capitato di incontrare lungo il tragitto verso il lavoro o verso il campo di allenamento un senzatetto, uno dei cosiddetti "homeless"? Purtroppo se ne incontrano parecchi in giro, decisamente troppi, ed è veramente difficile non notarli. Giovani o anziani, figli o genitori, italiani o stranieri, uomini e donne li vediamo girovagare senza metà, spesso vestiti in malo modo, con dietro una valigia o una borsa con lo stretto indispensabile per sopravvivere e pochi oggetti a loro più cari. Al calar della sera invece li troviamo distesi sulle poche panchine presenti in prossimità di una stazione o ai bordi dei marciapiedi, avvolti in vecchie e fatiscenti coperte. Ad un primo fugace e superficiale sguardo sembrano così tutti uguali ma ognuno di loro ha una identità e soprattutto una storia, spesso fatta di sfortuna e sofferenza, a cui difficilmente chi li vede da fuori da importanza; d’altronde sono “solo barboni” e probabilmente se si trovano in questa situazione se lo “sono cercati”: luoghi comuni da combattere e cancellare.

Sabato scorso dopo qualche anno di assenza sono ritornato a prestare servizio di volontariato alla mensa Caristas “Giovanni Paolo II” a Colle Oppio; per chi non lo sapesse la Podistica Solidarietà assicura il proprio sostegno alla mensa grazie alla presenza di un gruppo di volontari, atleti e amici, affiancando per un sabato al mese lo staff e i volontari “permanenti”.
L’appuntamento è fissato alle 10:15 ma il timore di arrivare tardi mi spinge ad esagerare arrivando addirittura con quasi 45 minuti di anticipo. La mensa apre i propri cancelli agli “homeless” alle 11 in punto ma i primi ospiti sono già presenti sul posto: un signore sulla mezza età siede sul muretto leggendo un libro, un altro signore pressocchè della stessa età passeggia nervosamente su e giù per la strada controllando freneticamente l’orologio mentre una anziana nonnina resta invece in disparte con il suo carrellino portaspesa all’ombra di un albero.
Resto anche io a debita distanza per non invadere i loro spazi fin quando non mi si avvicinano tre turiste straniere che mi chiedono informazioni sulla Domus Aurea cogliendomi ahimè impreparato; immediatamente viene in mio soccorso il signore che stava leggendo, che con un inglese perfetto e molto forbito riesce a dare alle ragazze le indicazioni richieste. Resto stupefatto per la risposta precisa e dettagliata e mi lascio sfuggire un’espressione di ammirazione che non passa inosservata al signore il quale sorridendomi mi dice “La Domus Aurea dovrebbe essere proprio lì” e alla mia successiva domanda “Perché non sei sicuro che sia lì?” mi risponde sorridendo “Chissà... d’altronde con la fantasia potrebbe essere dappertutto”. Mi scappa spontaneamente una risata a cui anche lui partecipa volentieri.

Nel frattempo mi raggiunge il buon Raffaele, che da anni si occupa della gestione delle presenze degli Orange alla mensa, con cui discuto sull'attuale stato del servizio, apprendendo con rammarico che negli ultimi tempi i volontari sono diminuiti e che a fatica si riesce a garantire il servizio. Il timore più grande di Raffaele è che se dovesse continuare questa carenza di volontari non saremmo più in grado di mantenere l’impegno preso con la Caritas. Lo rassicuro e gli prometto che faremo di tutto affinchè questo non accada: il Cuore Orange non può smettere di battere laddove ce n’è più bisogno!!!
Alle 10:15 in punto varchiamo i cancelli e ci ritroviamo nella sala mensa insieme a tutti gli altri volontari; nel frattempo ci raggiungono Max, Monia, Vincenzo e Bruna. Il responsabile della mensa chiede a tutti di presentarci e dopo un breve momento di meditazione e di preghiera, ci destina alle nostre postazioni: all'esterno della mensa per regolamentare gli ingressi, alla “reception” dove vengono registrate le presenze, alla distribuzione viveri, al riempimento caraffe, al lavagamelle, ecc.
Io e Max ci occupiamo dell’accoglienza, probabilmente il compito meno faticoso (i cosiddetti “colletti bianchi”) ma senza ombra di dubbio quello che maggiormente ti fa entrare in contatto con gli ospiti della mensa. Ufficialmente il nostro compito è quello di controllare i tesserini e far firmare i fogli presenza, ma in pratica il nostro vero ruolo è quello di accogliere e mettere a loro agio tutti coloro che transiteranno davanti ai banconi: li salutiamo, chiamandoli per nome, cerchiamo con il nostro sguardo di donare un momento di serenità in cui possano dimenticarsi dei loro problemi. Almeno così si crede prima di incrociare lo sguardo della prima persona che varca la soglia della mensa. E più ospiti passano davanti a te e più ti rendi conto che sono loro a donarti tanta serenità e tanto amore.
Molti di loro infatti “ti accolgono” festanti, facendoti battute ad effetto, chiedendoti cosa ci sia nel menù del “ristorante”; altri si limitano a rispondere al nostro saluto comunque accennando sempre un radioso sorriso, di quelli che solo le persone che soffrono sanno darti. Qualcuno non riesce ad accettare invece quella situazione e ti confessa che quel luogo per loro “è soltanto sinonimo di inferno”, spezzando per un attimo quell’atmosfera gioisa che si era appena creata.

Il flusso intanto scorre quasi ininterrottamente fino alle 13:30, orario in cui non è più consentito accedere alla mensa. In due ore e mezzo sono passati davanti a noi oltre 500 persone, molto diverse tra loro ma così maledettamente uguali nella loro condizione di indigenza. Due ore e mezza in cui più di una volta ti si restringe il cuore quando vedi passare davanti a te persone che potrebbero esserti genitori, nonni o fratelli. Sarebbe troppo lungo raccontarvi di ogni singola persona “conosciuta” ma alcune non posso fare a meno di ricordarle con affetto. Come ad esempio il figlio cinquantenne che con amorevole cura accompagna l’anziano padre con difficoltà motorie in ogni singolo passo, oppure l’anziano signore che ti chiede di aiutarlo a mettere la firma, o ancora il signore che prima di riporre la penna sul registro lascia scivolare una caramella come segno di ringraziamento per quello che fai.
Alle 13:30 chiudiamo i registri e iniaziamo a a mettere in ordine: eggià mica vorrai scappare via subito... è giusto che anche i colletti bianchi per una mezz’oretta si trasformino in colletti blu!!! In attesa che gli ultimi ospiti finiscano di consumare il loro pasto ci si dedica alle pulizie della reception, del banco di distribuzione e dulcis in fundo della sala. Momenti di condivisione con tutti gli altri volontari e con tutti coloro che insieme a noi hanno voluto dedicare il loro tempo ai più bisognosi.
Alle 14:30 il servizio è terminato. E’ possibile fermarsi in sala per consumare tutti insieme lo stesso pasto già consumato dai senzatetto; in questa particolare occasione ringraziamo lo staff della mensa e andiamo via avendo già tutti programmato per il pomeriggio altri appuntamenti.
Siamo arrivati al mattino a mani vuote, armati solo del nostro tempo e di tanta buona volontà, ma andiamo via con il cuore pieno di emozioni ed insegnamenti.
Credo che probabilmente tutti noi avremmo bisogno di provare queste sensazioni. E per questo motivo, con profonda sincerità e umiltà, vi chiedo di far si che il nostro sostegno alla mensa dei poveri possa continuare.
Sostenete il nostro progetto, venite a prestare il vostro servizio anche una volta all'anno, date la vostra disponibilità nei turni che troverete nel calendario gare.
E’ un’esperienza unica che vi arricchirà e vi farà stare bene con voi stessi. Fate si che il colore Orange della Solidarietà possa risplendere nei cuori dei più bisognosi.





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