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La corsa della speranza
di , 20/05/2011

Vivi, corri per qualcosa, corri per un motivo… che sia la libertà di volare o solo di sentirsi vivo… (dalla canzone “La Libertà Di Volare” dei Nomadi)

La corsa è libertà. Quante volte abbiamo letto questa frase, quante volte l’abbiamo sentita ripetere dai nostri amici podisti, quante volte l’abbiamo detta noi stessi per descrivere le motivazioni che ci inducono a correre.

Libertà, forse il valore più importante, il valore per il quale molti uomini nella storia dell’umanità hanno saputo sacrificare l’altro valore supremo, quello della propria vita.

Sono certo che queste riflessioni sulla libertà hanno percorso la testa di molti tra i podisti che hanno varcato gli alti cancelli della Casa Circondariale di Rebibbia per prendere parte ad una speciale edizione di Vivicittà. Questa edizione, che si è svolta all’interno del complesso penitenziario romano, ha permesso un confronto sportivo e umano tra uomini liberi e uomini che la libertà l’hanno persa. Storie umane apparentemente molto diverse, che per alcune ore si sono incrociate, eliminando queste diversità.
Già… perché quando due uomini mettono fondo alle loro risorse fisiche e mentali, affrontandosi in una competizione leale, la loro storia personale non conta più nulla. Quegli uomini sono veramente uguali e uniti dall’unica cosa che è in grado di superare tutte le barriere umane: lo sport.

Ma questa giornata non è stata solo corsa, è stata tante cose di più. E’ stata un momento di socializzazione, di dialogo, di speranza. La speranza, l’unica cosa che può restituire all’uomo la sua dignità e la sua libertà. A questo proposito ci piace citare la frase pronunciata dal protagonista del film “Sulle Ali della Libertà”: “la paura ti rende prigioniero, la speranza può renderti libero”.

Oggi tutti coloro che hanno preso parte a questo straordinario momento non hanno avuto paura. Non hanno avuto paura di confrontarsi, di correre insieme, di sfidare il caldo e le insidie del percorso, di soffrire, di ridere, di parlare, di applaudire, di bere e di mangiare insieme. Dentro quelle mura si è vissuto un momento di grande speranza e alla fine della giornata quelle mura erano un po’ più basse del normale e attraverso di esse si poteva intravedere l’orizzonte.

Per entrare nel vivo di questa manifestazione dobbiamo certamente partire da Giovanni Marano, un “podista solidale” che dentro Rebibbia ci lavora, in qualità di dipendente del Ministero della Giustizia. Giovanni ha speso molte delle sue energie nell’organizzazione di questa gara, disegnando e poi preparando il percorso. Un percorso di 2 km da ripetere due volte nella prova non competitiva e 5 volte nella prova competitiva. Era bellissimo guardare gli occhi di Giovanni alla fine della giornata. Erano pieni di legittima gioia, di quella soddisfazione che soòo gli uomini “ricchi dentro" possono provare quando sanno di aver realizzato qualcosa di importante: quegli uomini che fanno le cose con il cuore e non solo perché le devono fare.

Doverosa citazione anche per tutti coloro che operano quotidianamente all’interno del penitenziario, che hanno fatto di tutto per rendere questa giornata veramente piacevole.
Non ci possiamo neanche esimere dal complimentarci con la UISP Roma, con in testa il suo Presidente Novelli, la cui organizzazione è stata perfetta. Complimenti anche per i giudici della FIDAL, che hanno saputo interpretare il loro ruolo con grande dedizione e professionalità.

Anche l’aspetto sportivo della gara non può essere sottovalutato, con prestazioni importanti nonostante le difficoltà del percorso. Si è trattato di una gara vera, con la prova non competitiva dominata dagli atleti detenuti, e la competitiva ad appannaggio degli atleti “venuti da fuori”.
Nella competitiva, si è distinto il solito Alfredo Donatucci che ha chiuso al 5° posto, mentre nella non competiva la migliore prova orange è stata di Giancarlo Amatori. Ma è chiaro che oggi la posizione di arrivo non era così importante, era importante esserci, e le canotte arancioni c’erano anche oggi.
E tutte quante hanno vissuto con orgoglio il momento in cui il nostro Presidente è stato chiamato a ricevere il premio per la società più rappresentata, una targa che ha un valore immenso. In quella targa c’era tutta l’essenza di essere parte di questa società.

Associato a questa premiazione c’è anche un curioso episodio. Per la prima volta infatti il Presidente Pino Coccia si è presentato alla premiazione senza la divisa sociale, perché pochi minuti prima di essere chiamato, aveva ceduto la sua canotta orange ad un ragazzo bulgaro che sta scontando una pena detentiva. Un ragazzo che si sta impegnando duramente con gli allenamenti e che coltiva il sogno di uscire di prigione per potersi iscrivere ad una squadra podistica e praticare liberamente la sua passione. Guardare quel volto sorridente che sembrava autenticamente orgoglioso di vestire la canotta orange è stato un altro di quei momenti speciali vissuti in questa manifestazione.

Un messaggio di speranza lanciato verso il futuro.

Gara: Vivicittà nel Carcere di Rebibbia (20/05/2011)

SCHEDA GARA



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