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Sweet home Chicago
di Angela Piliu, 20/10/2018

La Chicago Marathon, la seconda maratona annuale e la sesta complessiva. Finalmente è domenica mattina, talmente mattina che potrebbe essere ancora sabato notte: ore 4:30, la sveglia suona e lo smadonnamento di rito viene spontaneo. Per qualche minuto fatico a ricordare chi sono, dove sono e cosa devo fare, poi realizzo che è arrivato il grande giorno, quello tanto atteso, quello per cui ho lavorato sodo per tanti mesi.
Quasi meccanicamente, tanta è ormai l'abitudine, eseguo la sequela di riti di preparazione, colazione, controllo borsa e bagno. Sono pronta e scendo nella hall. Da queste parti sono piuttosto mattinieri e la partenza della prima wave è prevista per le 7:30. Usciamo dall’albergo alle 6 del mattino. E’ ancora buio, e piove, le strade sono lucide sotto la luce dei lampioni, in lontananza il suono di qualche sirena. Ci sono altri gruppi di profughi-runners che stanno confluendo al Millenium Park. Sembriamo tanti animali migratori che guidati solo dall’istinto sanno benissimo dove andare. 45.000 partecipanti. A Grant Park mi basta volgere le spalle al lago Michigan per godere dello spettacolo a due dimensioni del profilo dei grattacieli.
Accedo all’area atleti per depositare la sacca e raggiungere la griglia di partenza. Siamo tutti in attesa dello sparo. Attorno a me le tipiche espressioni da animale in gabbia: aspettative, paure, consapevolezza della propria forza e dei propri limiti, impegno e sacrifici fatti per arrivare preparati. Mi chiedo cosa leggano gli altri sul mio viso… 

Coraggio, ci vuole coraggio a stare qui.
Come mi sento? Serena ma carica. Penso alla mia famiglia, a tutti i miei amici, ad Ale, Silvia e Maurizio. Sono pronta. Buona fortuna a tutti! 
Viaggeremo assieme, ma resteremo soli in tutti quei momenti in cui sentiremo che stiamo per cedere e ci sembrerà che la meta si stia allontanando. Ma adesso non devo pensarci, devo recuperare la concentrazione: devo riflettere sugli obiettivi e la tattica da adottare? No. Non devo. 
Devo solo lasciarmi guidare dal corpo che in questi mesi ha lavorato bene e me l’ha dimostrato due settimane fa. La testa, lasciarla andare ai pensieri che mi aiuteranno a gestire la distanza. No ai pensieri negativi. No alla rabbia. Solo godimento e divertimento puro. Sorriso sul viso. 
BUM, lo sparo. Mentre tocco la pedana della start line, in un frastuono assurdo, giuro a me stessa che anche questa volta non mollerò un centimetro.
Bisogna partire piano, ormai lo sappiamo bene. Lungo lento, passo costante. Potenza e velocità spalmata su 42 km e 195 metri. Ogni secondo guadagnato all’inizio sono minuti persi alla fine. E solo alla fine si vedrà quello che è rimasto e se è rimasta la forza per spingere. 
Nei primi tre chilometri si entra e si esce dal Loop attraversando tre ponti sul Chicago River. Il fiume si insinua all’ombra degli edifici in vetro, cemento e acciaio, si procede in direzione nord lungo La Salle Street fino ad arrivare a Old Town, poi altri tre chilometri lungo il polmone verde di Lincoln Park per poi riscendere verso sud a partire dal km 7,5 dove l’incitamento arriva anche dalle finestre e dai balconi dei palazzi più bassi. La città intera sta partecipando, non c’è un cm di percorso senza grida e applausi del pubblico nonostante sia una fredda e grigia giornata d’autunno.

Metto facilmente alle spalle i primi 10 chilometri ma al 13esimo inizia pesantemente a piovere. In pochi minuti sono zuppa fino al midollo. Il vento sferza e la pioggia mi bagna anche il viso sotto al cappello.
Fradicia arrivo alla mezza, le gambe ancora girano bene e riesco a gestire il passo, la frequenza cardiaca rimane bassa, c’è solo un problema al calzino sinistro che fradicio si è messo storto e mi sta dando fastidio. Valuto che sono solo alla mezza e non posso arrivare in fondo se mi dovesse mai venire una vescica. Mi fermo, tolgo scarpa e sistemo il calzino. Riparto. Bevo ad ogni ristoro per evitare problemi di idratazione e infatti poi mi fermo anche a fare pipi. Adesso si tratta di arrivare al 30 esimo km provando a rimanere leggera. 
Verso il km 27 il ritmo comincia a calare: non è il muro ma è quasi come se il motore andasse a tre cilindri e mi viene in mente la scena dei Blues Brothers inseguiti dai nazisti dell’Illinois:

Elwood: Oh, no!
Jake: Che cos’è? La nebbia?
Elwood: No, è il motore. È partito un pistone.
Jake: Poi torna?
Elwood: No
.

Invece dopo un po' il mio pistone torna, ma da questo punto in poi so che devo dosare attentamente le forze. Così mi concentro sulla meccanica di corsa per non affaticare i muscoli e non sollecitare eccessivamente le articolazioni, mentre lo sguardo spazia verso la città e il pubblico. La concentrazione è necessaria, ma a suo modo faticosa. E la fatica, anche se non vuoi, si accumula sulle gambe a partire da metà gara. Fino a questo punto siamo stati quasi avvolti da una sorta di nebbia ipnotica ma sappiamo che presto si aprirà il varco di raggi di luce diversa che cambierà l'aspetto del mondo. Non ho paura del muro. Questa volta non avverto nemmeno il bisogno di prendere il gel.
Il percorso ora si snoda nel West Loop, lungo Adams Street e Jackson Avenue, successivamente lambisce Little Italy ed infine scende verso sud dove attraversa il quartiere universitario, Hyde Park. 
Piano piano il paesaggio cambia, anche i rumori cambiano: le voci si fanno confuse, ovattate, i passi sull'asfalto diventano più netti, il loro ritmo ossessivo sembra riecheggiare ovunque. Fuori e dentro di noi. E si, siamo arrivati al 30esimo km. Ma io il muro non lo trovo.

Adesso mancano SOLO poco più di 12 chilometri. È importante, anzi fondamentale ricordarsi che ormai è quasi finita, c’è la parte più importante da correre. L’ultimo tratto. Quello in cui le gambe rispondono a fatica, quello dove i muscoli sono trafitti da mille spilloni ad ogni impatto sul terreno, Non è il fiato che manca. Sono i muscoli ad essere in crisi. Ogni passo acquista un peso che deve essere sostenuto e controllato. Di colpo svanisce l'illusione di poter correre senza soffrire. E c'è la voce che grida “Forza Will, dobbiamo portare a casa l’ultima decina di km, c’è Ale con te”. 
Adesso la maratona esige tutta la mia attenzione. Non c'è più spazio per guardarsi intorno, sorridere ai fotografi, rispondere al pubblico. Ora devo mantenere inalterata la concentrazione e la spinta con tutti i mezzi a disposizione: cuore, testa, gambe e piedi. Ricorro a qualsiasi tipo di deterrente contro la stanchezza cominciando a lavorare con la testa su tutte le distrazioni possibili. Cerco di visualizzare l’arrivo, conto cartelli stradali e semafori. 
Ecco il 35esimo km, si entra a Chinatown e mi lascio catturare dallo spettacolo di suoni e colori cercando di non pensare alla fatica. Ancora un paio di chilometri verso sud, quindi si gira sulla 35th Strada e finalmente si risale verso nord lungo il rettilineo della Michigan Avenue: sono ai sofferti ultimi 5 km, i muscoli delle gambe si sono induriti, so che il ritmo si è abbassato e che devo gestire le poche risorse rimaste provando a rimanere concentrata senza mollare la presa. 
Siamo entrati in una fase ancora diversa della gara. Siamo al limite dell’autoipnosi. Le madonne cercano di parlarmi ma a me non interessa ciò che hanno da dirmi. Ritmo del respiro, delle falcate, mantra ripetuti, qualsiasi cosa che consenta di estraniarmi dalla percezione della fatica crescente. 
Fatico, fatico enormemente. La sofferenza cresce goccia a goccia. Di qui in avanti non resta che tenere duro. Siamo tutti soli ormai. Mi ripeto dentro: “Le senti Will le mani sulla schiena di tutti quelli che ti stanno spingendo? Lo senti il casino che arriva da casa?? Daaaaiii!"

Il gps è li che snocciola i suoi numeri e corre più veloce di me, ma a me non importa un bel niente del tempo. Vedo il cartello dell’ultimo km. Mancano solo 500m e le ultime due curve. Affronto la prima, ma mi trovo davanti l’ultimo lungo e ripido cavalcavia. La salita mi stronca le gambe ma non il morale: dopo averla lentamente superata e aver imboccato il rettilineo finale, cerco di spingere più che posso negli ultimi metri. 
E allora BUM!!! Tocco col piede la pedana della finish line e taglio il traguardo urlando di gioia. Alzo le braccia al cielo e penso a tutti coloro che mi sono  stati vicino ad ogni metro!
Poi guardo il tempo ufficiale e non credo a quello che ho fatto. 4 ore e 24 minuti… e si che dovevo andare come un treno ma questo è un freccia rossaaaa per diiiiiioooooooo. Passare da 5 ore nette a 4˓24 è una cosa che non mi sarei mai sognata… mi sembrava un utopia fare 4˓45…
E niente… è il momento più bello in assoluto, quello per il quale nonostante la sofferenza che si ripete ad ogni maratona, io runner continuo a correre. 
Subito la stanchezza evapora. Non sento più nemmeno un dolore. E così trasformo il chilometro supplementare in una passerella in pieno delirio di onnipotenza. “Sweet home Chicago“! Dove andiamo ora?


Gara: Maratona di Chicago (07/10/2018)

SCHEDA GARA



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