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Amatrice, la città che sta imparando a resistere
di Ettore Golvelli, 24/08/2018

Il 'Professore' Giovanni Sebastiani insieme a 'Sir' Ettore Golvelli

Il 'Professore' Giovanni Sebastiani insieme a 'Sir' Ettore Golvelli

C'è un luogo nel cuore dell'Italia dove le tradizioni si tramandano da secoli e secoli e dove i piatti della cucina tradizionale riflettono i profumi e i sapori della montagna.
Questo luogo, conosciuto in tutto il mondo grazie al piatto di pasta che dal suo toponimo prende il nome, è Amatrice, scrigno appenninico che racchiude al suo interno un piccolo paradiso di natura, tradizioni ed eccellenze gastronomiche.
Ma Amatrice è anche tristemente famosa per il tremendo terremoto del 2016 che, in varie fasi, l'ha messa in ginocchio. Il sisma l'ha colpita casa per casa; dalle cantine alle camere da letto, ai sottotetti. In 142 secondi di terrore i centri storici di Amatrice, Accumuli, Pescara del Tronto e di Arquata non esistono più. 298 morti, 4600 sfollati, Amatrice tagliata in due da una collina di sassi, mattoni, tegole, mobili e vestiti che una volta erano banche, case, negozi, chiese. Ovunque i segni della distruzione, con i detriti delle case sbriciolate mescolati a carcasse d'auto, vetri, brandelli di vite perdute.
Ma adesso è tempo di rialzarsi, di rimboccarsi le maniche e ricominciare a ricostruire. Ma occorre  solidarietà, affetto, amicizia, elementi fondamentali  per alimentare quel sogno cominciato secoli fa.
Per questo, è per rispondere all'invito di "IO SONO FUTURA VERTICAL", una associazione promotrice di numerosi progetti ad alta valenza sociale nelle zone colpite dal terremoto, unitamente a Giovanni Sebastiani e mia moglie Marcella, ho visitato i territori tra Arquata del Tronto ed Amatrice, luoghi emblematici e rappresentativi degli sfregi che la forza distruttrice  della natura ha portato con se in occasione del terremoto. Un vero e proprio "calvario del dolore", che ha lacerato esistenze e ridefinito, spesso in maniera irreversibile, le aspettative di vita di migliaia di persone.

Girando per un giorno intero tra i monti il surreale si è impadronito dei luoghi più reconditi - borghi e paesi di rara bellezza, oramai pressoché abbandonati - e il silenzio è divenuto così denso che camminando, anche se con cautela e grande rispetto per qualunque cosa si incontri, è stato possibile udire i rumori dei nostri passi.
Ad essere drammaticamente reali, invece, sono le testimonianze di coloro che hanno vissuto l'esperienza del terremoto, sia ad Arquata, sia ad Amatrice. Racconti che, a sentirli, anche con il livello di empatia impostato al minimo, fanno rabbrividire chiunque.
Ad Arquata del Tronto, il giorno stesso in cui siamo arrivati, all'Osteria degli Alpini, il titolare ci racconta di come ha riaperto la struttura in un manufatto d'emergenza, al posto del rifugio alpino distrutto dal sisma. "Non so, non voglio fare altro che questo... è tutta la mia vita", mi dice mentre lavora dietro al bancone con gli occhi lucidi. È una precisa volontà che si riflette nello spirito di un paese che non vuole rassegnarsi a ciò che la natura, senza sconti, ha riservato a queste genti.
Abbiamo ascoltato Dora, una vecchietta che vive solitaria in una delle centinaia di casette allestite per i terremotati. Sentirla parlare con il sorriso sulle labbra e con il sogno di un futuro migliore ci ha riempito di gioia.
E poi Enrichetta, che lasciata la comoda casa di Guidonia per ritornare ad Arquata. Adesso vive in una roulotte a cucire vestiti per gli altri: si è portata anche la sua macchina per cucire che si era salvata dal terremoto.
Abbiamo sentito la storia di Gabriele Perilli, cuoco ed allevatore di mucche e cavalli. Adesso gestisce un ristorante in una struttura prestata dal comune insieme a sua figlia Elisabetta. Mi ha raccontato, oltre tutta la sua vita, gli interminabili momenti vissuti del terremoto. Nei suoi occhi ho visto ancora più vivo il terrore di quei attimi. Il dolore struggente di chi aveva perso tutto, gli affetti più cari (ha perso due sorelle), la propria casa e con essa anche parte del suo vissuto. Ascoltavo attonito in pieno rispetto le parole cariche di coraggio. Si, coraggio, perché chi mi stava parlando scampò al terremoto ma si attivò subito, con cuore e mano, per aiutare se stesso e gli altri.
Storie di autentico dolore che, sovrapposte alla visione delle macerie, ci lasciano senza respiro.

E poi Amatrice...
Arrivati al paese, nella zona rossa, è come se il tempo, lì, si fosse fermato. Più mi addentravo, più mi guardavo attorno, più quello che vedevo, anzi quello che non vedevo, mi faceva star male. Un luogo pieno di storia e vita era adesso un paese fantasma. Passo dopo passo ci avvicinammo al cuore del paese: attorno a noi, quello che doveva essere un centro storico attivo e fiorente, dinanzi a noi invece soltanto cumuli di macerie.
Nella desolata piazza di Amatrice, il campanile e la chiesa, rimasti immobili perché integralmente puntellati, cercano di sopravvivere  a quel destino che, Madre Natura, con la sua inesorabile energia, sembra avergli oramai  predetto: è la lotta contro il tempo che vede contrapposti gli umani contro quel l'energia delle faglie sismiche che sembra esistere per permettere alla natura di proseguire il proprio eterno ciclo, rigenerandosi di stagione in stagione e del tutto indifferente a ciò che succede.
Amatrice era uno dei più bei borghi del Lazio; nel corso potevi incontrare persone sorridenti, tutti si conoscevano tra loro, tutti si davano una mano. Oggi si vedono solo macerie immobili, strade deserte, nelle vie d'accesso al paese è finito il via vai dei Carabinieri e dell' Esercito: ci sono solo le sentinelle. La stampa torna solo se qualche autorità viene a far visita. Intanto però il cuore dell'Italia sta rallentando i suoi battiti in quella che sembra un indifferenza generale che fa più male delle morti. E poi il terremoto ha mandato via le persone, anche chi voleva rimanere; non si sono preoccupati del contesto sociale, di mantenere punti di aggregazione, iniziative, di fare in modo che le persone trovassero il motivo per continuare a stare qui. Ora anche chi sopravviveva e lavorava sceglie di andare via, così Amatrice è morta una seconda volta.

Ma veniamo alla corsa.
È' domenica mattina e la giornata è iniziata presto. Con Giovanni e mia moglie ci siamo  ritrovati di buon'ora sull'altopiano di Macchie Piane, proprio sotto Pizzo di Sevo (2419 m.), per iniziare la scalata che, dapprima lungo il Tracciolino di Annibale, storico sentiero che si dice attraversato dal condottiero cartaginese con i suoi elefanti; e poi diretto su, fin sopra la vetta.
I fianchi delle montagne, ammorbiditi da una folta vegetazione che ricopre i versanti, selvaggi, lasciano spazio a questo dolce altopiano, curvilineo e rigoglioso, contornato dai profili degli Appennini. E questo mi dà proprio l'impressione di un saluto di benvenuto nelle terre di Amatrice, un cordiale abbraccio di natura incontaminata, dal forte profumo di bosco, prima della dura salita.
Il sole è appena salito sopra le creste dei Sibillini ed è ancora presto per la corsa ed io mi regalo qualche minuto per scambiare due parole con un pastore locale. È un piacere sentirlo parlare; già dai primi racconti si evince che è innamorato della propria terra: l'amatriciano vive un legame indissolubile con l'altopiano, ha imparato nei secoli cosa vuol dire essere un punto d'incontro in un territorio arricchito dalle tradizioni delle genti che per secoli hanno transitato da queste valli in bilico tra l'Adriatico e Tirreno. Lo si sente nel dialetto locale e nella parlata, laziale sulla carta ma abruzzese nell'anima, con sfumature di umbro e marchigiano. La terra che fino al 1927 costituita l'ultimo lembo d'Abruzzo oggi appartiene alla provincia di Rieti ed è una "terra di confine" a tutti gli effetti, un piccolo angolo in cui si incontrano Lazio, Umbria, Marche e Abruzzo.

Si parte per la scalata del pizzo di Sevo. Già dopo pochi metri si capisce che questa è una montagna appenninica dall'aspetto diverso rispetto i massicci che si ergono nelle vicinanze, perché ricoperta in basso da boschi fittissimi e rigogliosi, che diventano pascoli solo alle quote più elevate. È questa la peculiarità dei monti della Laga, catena montuosa che ha proprio in Amatrice il suo capoluogo, una terra attraversata da innumerevoli corsi d'acqua che con il disgelo regalano linfa vitale sul finire dei rigidi inverni. E mentre alle mie spalle, giù nella conca di Amatrice, lo spettacolo spettrale dei cumuli di macerie nei vari borghi, sopra si ergono severe le vette del Pizzo di Sevo, del Cimalepri e del monte Gorzano - la montagna più alta di tutto il Lazio - in lontananza fanno capolino le cime arrotondate dei Sibillini. Alla mia destra il "tracciolino di Annibale", la strada utilizzata da Annibale, nel 218 A.C., per raggiungere l'Adriatico dopo la battaglia del Trasimeno.
Un forte e ritmico scampanio mi annunciano il movimento di mucche chianine che si muovono da un pascolo all'altro; i cani da guardiania che abbaiano in lontananza mi avvertono che un gregge di pecore bruca i fili d'erba nel leggero fruscio di vento. Nasce tutto da qui, dai pascoli in altura che forniscono erba fresca per vacche e pecore, la materia prima poi trasformata saggiamente dalle mani dell'uomo in ricotta, yogurt, caciotte e altri prodotti derivanti dal latte fresco.
È finalmente arrivo in vetta, dopo una dura scarpinata solitaria fra i monti (ero ultimo tra i partecipanti), i muscoli dolenti, le dita screpolate dalle asperità e la fatica che finalmente ma temporaneamente termina dove non è più possibile salire.
La vetta non è altro che un cupolone erboso immerso in sfuggenti nuvole in cui troneggia un enorme croce metallica. Dal piccolo pianoro in vetta ammiro tutte le cime della Laga, disposte in fila e che fuggono a perdita d'occhio verso sud - est; e poi un panorama vastissimo, dai monti Sibillini al lago di Campotosto, il piccolo lago di Scandarello e in lontananza il massiccio del Terminillo con il monte di Cambio ed il monte Elefante. E poi il Gran Sasso, come quasi sempre sfuggente e seminascosto dalle nuvole.
Quassù, nella vastità del panorama sottostante, non ti senti mai solo: molte delle nostre montagne ci accolgono sempre con una croce in vetta, simbolo che ricorda all'uomo il divino e che eleva entrambi - montagna e uomo - più in alto di quanto siano in quel momento. Ecco, posso camminare nella solitudine tutta la giornata è anche di più ma, quando incontro una croce in vetta, non sono più solo.

Il sole adesso splende caldo ma il venticello gelido suggerisce una sosta breve. Un ultima missione prima di scendere a valle. Il vecchietto di Amatrice, Gabriele Perilli, nel raccontarmi la sua vita adolescenziale, mi ha confidato che in cima, quando stava con le sue mucche, amava intagliare il legno realizzando piccoli manufatti attinenti la sua montagna preferita. E poi conservarli in una ruvida cassetta legata alla base della croce. Ma poi, l'età e la sua frenetica attività lavorativa, gli hanno impedito di ritornare lassù, sotto quella croce, alla sua amata cassetta metallica. Incredibilmente la cassetta è ancora lì, sotto la croce, arrugginita, semicoperta da sassi e terra, ancorata alla croce con un rudimentale fil di ferro. Dopo averla ripulita in superficie e con l'ausilio di un sasso, sono riuscito ad aprirla. All'interno piccoli pezzetti di legno ammuffiti accatastati uno sull'altro. Ho rimosso delicatamente la muffa superficiale ma anche sotto i legni erano oramai deteriorati. Ho rimesso di nuovo il coperchio sulla cassetta è con lo stesso sasso di prima l'ho richiuso ermeticamente. Sono passati 67 anni e quella cassetta è ancora la, a testimoniare la spensierata fanciullezza di un ragazzo che a 14 anni ha dovuto lasciare le sue amate montagne per cercare lavoro nella capitale.
Comincio a scendere, con la malinconia di chi lascia indietro qualcosa importante: la croce, la cassetta, il terremoto, Amatrice lì, sotto un cumulo di macerie: da quassù si vede molto chiaramente, sembra una di quelle cittadine tedesche bombardate dagli alleati durante la seconda guerra mondiale. Ma tutto passa quando rialzo la testa e riguardo il panorama delle montagne: una brughiera scozzese sulla quale si affaccia improvviso il monte Vettore, spalleggiato dal Redentore, che galleggia sul mare di nembi. Di lato, in basso, la traccia ancestrale lasciata dagli elefanti, che sorge e sparisce, emerge e si immerge nel mare di falasche che copre tutto il monte; mentre le nuvole corrono veloci  quassù, in alto, per tramutarsi  in un mare in basso, con solitarie vette simili ad isole che sbucano sotto un sole radioso. Più in basso il lago di Scandarello, dove chiuderò la mia giornata con i miei compagni di viaggio.
Continuo a scendere e davanti a me, in basso, sparsi nella Conca del Tronto i cumuli di macerie delle innumerevoli frazioni di Amatrice. È uno  spettacolo terrificante: sembrano siti militari colpiti con chirurgica precisione da attacchi aerei mirati.
Io penso che, all'indomani del terribile evento sismico e passata la prima fase di emergenza, appare chiaro che l'unica risorsa immediatamente disponibile è utilizzabile per un vero supporto all'economia locale, sia proprio la montagna, in tutte le sue forme ed in primis, nella sua forma di motore del turismo locale. Perché in mezzo a questo oceano di dolore, di emergenze riuscite e di mille cose da fare od ancora incompiute, rimane comunque la voglia forte di tornare a vivere e, con caparbia tenacia, si pensa che un futuro sia ancora possibile. Ma anche a noi tocca fare qualcosa.
Pensando a tutto ciò che è andato distrutto e alla forza posta nella voglia di rinascere da parte di coloro che abitano questi territori, è quasi un dovere morale e gesto di autentica solidarietà continuare a visitarli, sia per godere delle immense e struggenti bellezze dei monti Sibillini e della Laga e degli spazi verdi ad essi circostanti, sia gustando ed acquistando i prodotti della terra che rappresentano, insieme a tutte le filiere ad essi correlabili, una speranza per far ritornare queste popolazioni ad una vita dignitosa, capace di affrancarsi dalle dense e lugubri pastoie dell'emergenza post - terremoto.

Ciao Amatrice, ciao terra che stai imparando anche a resistere.


Gara: Io sono Futuro - Vertical (22/07/2018)

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