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Ultra Trail dei Monti Simbruini - Sport, natura e ... fede.
di Ettore Golvelli, 09/07/2014

Foto gentilmente concessa da Gianfranco Bartolini

Foto gentilmente concessa da Gianfranco Bartolini

Oggi il podismo solidale dei soliti pochi amanti della natura  ci porta nel Parco dei Monti Simbruini, dove montagne solitarie e affascinanti, ma dolci e severe allo stesso tempo, ci aspettano per una corsa lunga e durissima , attraverso un territorio ricco di sorprese, dove natura, cultura religione e tradizioni convivono da sempre in armonia.
Siamo a Subiaco ed esattamente a Livata dove, di buon ora come al solito, arrivo con la gentile consorte che oggi mi ha promesso che correrà anche lei.
La gioia di incontrare i fratelli podisti è enorme.  Marco il Vice, Franco, Tony, Pietro, l'amico Nascimben che si avvicina per le prime volte alle Trail, Walter con tutte le sue donzelle, Fabrizio, Maria, e gli altri mattinieri podisti.
Ma è già ora di partire perché l' UTMS parte alle 8.00 e non c'è tempo da perdere in piacevoli preamboli.
Si parte lungo i prati dell'anello di Livata in un tripudio di fioriture, dal giallo del Verbasco e delle Genziane Maggiori, al bianco degli Asfodeli, mentre nell'aria i raggi radenti del sole mattutino  svelano un turbinio sorprendente di pollini in sospensione.
La giornata è molto calda e guardando intorno ho l'impressione che la pista di sci sia stata spianata ed allargata in modo spropositato, così da creare una lacerante ferita nel verde della faggeta che scende su entrambi i versanti.
Si sale, prima in un Camping, poi vicino ad una centrale elettrica e poi si entra in una faggeta che ci porta fino all'invaso  della Fonte Acquaviva, una piccola captazione con abbeverata per il bestiame domestico.
 Il sentiero adesso si fa più incassato e ripido, seguono un paio di strappi nel bosco e poi finalmente la gola si riapre per affacciarsi  sulla radura  della Valle dell'Osso. Questo paesaggio è un vero e proprio ritorno alla luce, dalle ombre fredde del bosco ai prati inondati dalla luce dorata del primo sole.
Carichi di rugiada, i prati assolati lasciano salire delicate nebbie che delineano i contorni delle vallette e i confini dei boschi. Il cielo è azzurro e cristallino, permeato dall'incessante vociare di piccoli uccellini mentre nei prati ampie macchie di margheritoni  e le splendide fioriture della violacea "Amor Nascosto",  colorano lo splendido quadro della valle.
Attraversata la radura si rientra brevemente nel bosco per superare una sella e riuscire poi in un altra radura allungata, piacevolmente cosparsa di doline e affioramenti rocciosi che cominciano a riflettere il calore come bianchi fornelli.
Mi inoltro in un altro bosco, tra faggi dai tronchi alti è slanciati color cenere che erigono sopra di me un'ampia copertura di fogliame. Tra i mille richiami di uccelli sento all'improvviso il tambureggiante ritmico di un Picchio. Incredibilmente il suono rimbomba echeggiando da parte a parte del bosco, creando, per un istante, un atmosfera surreale, un suono ancestrale che richiama alla mente primitivi ricordi.
Adesso, costeggiando una dolina coperta di arbusti rigogliosi, spunto  sulla cresta in vista di Monte Calvo e scendendo su di un terreno gradonato e cosparso di piccole roccette, raggiungo il Passo delle Pecore, utilizzato per lo spostamento delle greggi verso i pascoli di quota.
Seguo il tratto spoglio della cresta con pochi faggi bassi e contorti per la continua esposizione  del vento, mentre i pini sull'altro versante danno vita ad un ordinato labirinto vegetale, lasciando scorgere, di tanto in tanto, dettagli della vallata sottostante.
In vetta il panorama è un po' limitato dalla presenza del bosco e lo svolazzare di uccellini (fringuelli) mi accompagnano nella discesa verso il Pozzo di Monte Calvo.
Al pozzo, mentre Pietro Imperi e Tony Manero davanti a me parlano di punti presi nelle corse o in ospedale, io mi godo una coppia di Poiane che svolazzano al di sopra della pineta. Adesso uno dei due esemplari volteggia molto in alto mentre l'altro sta planando possente sopra la cima dei pini: nella morsa degli artigli si intravede chiaramente una preda, sicuramente un piccolo roditore  catturato a terra prima. Buon pranzo ragazze. Ancora una volta la montagna ha saputo stupirmi con le piccole e grandi meraviglie  che solo la natura dei Simbruini riesce a regalare.
Si scende adesso verso la Piana di Campaegli dove al centro si apre la Grotta Stoccolma: una bellissima radura carsica , e poi si prosegue per Campo Buffone, Tre Confini,   Valle Maiura e finalmente al piazzale del Campo dell'Osso, dove ci attende il primo ristoro.
Superato il piazzale si passa per una carrareccia  tra faggi e pascoli e uscito dal bosco, proprio di fronte alla cresta che sorregge il rifugio, quale piacevole spettacolo: un angolo meraviglioso di montagna  mi si apre davanti a me, con i prati verdissimi e punteggiati di fioriture scintillanti di viola, azzurro, bianco e giallo. Siamo sul panoramico piazzale delle Vedute di Monte Autore che si affaccia sulla valle del Simbrivio e sui Monti Ernici.
Giungiamo alle Vedute con un tempo diventato adesso severo, le nubi si sono abbassate sull'Autore e il paesaggio precipita in un grigiore cupo ma mai minaccioso.
Per arrivare in vetta si prende il sentiero a sinistra, si supera la faggeta e si sale fino in cima, dove lo spettacolo è entusiasmante: si ha un orizzonte completo che consente di vedere il Velino, il Sirente, il Terminillo e le cime del GranSasso, la montagna madre.
Mi rendo conto che mi sto affacciando da uno dei più bei balconi di osservazione dei Simbruini.
Dopo una sosta, necessaria per godere a fondo tanta bellezza, dovrei ripartire verso valle ... dopo un ultimo sguardo dietro, chiudo gli occhi  e ringrazio Qualcuno che mi ha permesso di godere appieno un panorama che solo il Monte Autore sa regalare.
Questa montagna non delude mai, anche in inverno, con la neve sempre abbondante; d'altronde  Simbrivius in latino significa "sotto l'acqua" ed i nostri antichi avevano capito che questa era una delle zone più piovose e nevose dell'Appennino  Laziale. Ed è così: le correnti che spingono le perturbazioni  dal mare verso occidente trovano come primo baluardo montuoso di importante rilievo, proprio la suddetta catena. E su di essa si rovescia il grosso del carico di pioggia/neve trasportato.
Mi rifermo e mi prendo tutto il tempo per riposare e godere il paesaggio. Un uccellino cinguetta mentre si poggia su di una pietra a picco. Io parlo ad un cavallo che, anche se lontano, sembra ascoltarmi tranquillamente. L'uccellino annoiato vola via mentre io vorrei rimanere qui, perché qui, seduto su di una roccia, mi sento sulla cima del Paradiso. Qui le ansie quotidiane non riescono a scalfire i miei pensieri, qui l'immagine che io emano è molto vicina all'immagine  di me che vorrei proiettare. Seduto qui sono proprio io, finché la montagna mi chiama per nome. E non vorrei scendere ma devo perché il vento comincia a gelare il sudore sulla mia schiena e decido così, a malincuore, di scendere a valle.
Scendo per un bosco molto fitto e quando esso si dirada si giunge ad un ampio prato dove una grande croce  ed un altare di pietra testimoniano, insieme a tante croci incontrate  lungo il tragitto, la presenza di tanti pellegrini.
Si continua e poco dopo si arriva alla Fonte della Fossagliola, detta anche degli "Scifi". Gli scifi sono tronchi di legno scavati centralmente  che posti in circuito a livelli diversi, ricevono la zampillante e perenne acqua della fonte, convogliandola nella vasca terminale. Questa copiosa fonte, al centro di una piccola radura, costituisce  uno dei pochi punti di approvvigionamento idrico perenne su queste montagne.
Dalla fonte proseguo in un bosco fino a sbucare sopra il grande terrazzo naturale del Passo del Procoio. Esso in effetti è in pratica la testata superiore del vallone in cui scorre il Fosso dei Volatri, che mette in comunicazione la vallata del Fosso del Foio con la Valle del Simbrivio. I  "Volatri" sono dei spinaci selvatici che crescono nelle radure erbose ad alta quota; a vederli sono un po' bruttini ma cotti adeguatamente diventano squisiti. Questo è un ottimo punto d'osservazione sulla vallata  e sulle alture circostanti, con vedute ravvicinate sulle scoscese balze del Monte Autore, animate dall'andirivieni delle nubi in quota, oltre che un piacevole angolo dove soffermarsi  a lungo per osservare le numerose fioriture  che crescono rigogliose anche in virtù  della conformazione del luogo. Insomma  una sorta di ampio catino che favorisce la raccolta  delle acque dai pendii sovrastanti.
Adesso scendendo nel bosco, il fosso si fa più stretto ed incassato, con ampi affioramenti e saltelli rocciosi: la sensazione e di trovarsi in un luogo sperduto a migliaia di chilometri dalla civiltà, dove tutti i sensi sono in allerta per captare ogni minimo segnale da questo ambiente così grandioso, così da Western americano. Guardo sempre le cime in attesa di un indiano che mi scaglia le sue micidiali frecce o un banditos messicano pronto a puntarmi addosso il suo minaccioso fucile. Solo fantasie per passare il tempo che non trascorre mai.
Adesso, in questo paesaggio da western spaghetti, mi appare una piccola grotta naturale, la Grotta del Procoio, un antro utilizzato dai pastori locali   come ricovero per le pecore.
"Procoio" è un termine pastorale  che indica il luogo adibito alla mungitura delle pecore e le pietre ammucchiate all'interno e  disposte in un certo ordine, indicano la meticolosa precisione dei pastori  nelle loro funzioni serali.
A fianco della grotta un'altra visione inaspettata che mi rammenta la ricchezza di vita selvatica che popola questi luoghi: la carcassa di un cinghiale, interamente spolpata e ripulita, sul fondo del torrente che costeggia la grotta (o predata dai lupi oppure affogato in un momento di piena).
Proseguendo lungo l'alveo di scorrimento  delle acque, raggiungo direttamente la confluenza del Fosso Fioio e salendo adesso verso il facile rilievo del Colle Cerasolo, arrivo in cima, sopra un pianoro ai piedi di Monte Autore: un grande acrocoro fortemente modellato dal carsismo e punteggiato da grandi macchie di ginepro. Anche qui uno straordinario angolo di montagna, nel cuore selvaggio e solitario  dei Simbruini: un silenzio  infinito descrive il senso della grandezza che la natura ci trasmette con dolce costanza, mentre da lontano un maestoso esemplare di grifone plana a bassa quota lungo il corso del Fioio in cerca di nuove e succulenti  prede.
La giornata è calda e correre nel bosco rinfresca ed alleggerisce la fatica.
Mentre corro, tra l'ombra degli alberi, il sentiero si restringe ed inizia a salire più decisamente mentre tra le foglie dei faggi inizia a filtrare l'azzurro che indica la prossima apertura della vallata.  In qualche finestra incorniciata tra i rami, le cime dei monti  fanno la loro comparsa.
Aumento il passo, impaziente di uscire nella valle. In pochi minuti  il bosco si dirada e lo scenario che mi si offre  davanti e di una bellezza inviolata.
E le emozioni (alla Lucio Battisti)  si scatenano dentro di me.
Quando corro in montagna da solo ho tutto il tempo di fermarmi  a riflettere sul privilegio  che Qualcuno  mi ha concesso  per visitare grandi vallate, alte cime, boschi solitari, altopiani sconfinati. Il desiderio di raccontare le emozioni  che si scatenano  dentro mi spingono a fotografare  con la mia mente fiori e montagne, nevai e pareti rocciose; lo stesso impulso poi mi spinge a scrivere questi resoconti delle mie "uscite"  per tenere una traccia delle mie splendide avventure con la natura.
Correre da solo in montagna è un'attitudine che si sviluppa negli anni e regala ogni volta grandi emozioni, anche se richiede una grande umiltà e il rispetto delle regole non scritte della montagna. Con il tempo si può imparare a capire il linguaggio dei monti, delle nuvole, a saper interpretare ogni rumore che ci giunge come eco lontano dalla valle. Se il nostro approccio verso le montagne è corretto, possiamo ricevere in cambio grandi soddisfazioni che rimarranno incise nell'anima  per ogni giorno avvenire. Quando mi trovo al centro di una valle che gode di una bellezza  a tratti segreta, mi accorgo  di essere intimamente felice  e di avvicinarmi per qualche attimo  all'idea che ho di me stesso. Ed è questa la sensazione che mi da questa bellissima valle dove adesso mi fermo incantato: il suo nome è Valle Ceraso.
Sul territorio dolcemente ondulato  di questa valle, si innalza  una cima insolitamente rocciosa. Sul suo versante Est scende una cresta molto sottile ed esposta che se d'estate offre qualche brivido a chi soffre di vertigini, in inverno rappresenta un ostacolo di tutto rispetto: è il Monte Tarino e il solo pensiero di dover arrivare lassù, in cima, dove piccole formichine si muovono lungo la sua cresta, mi vengono i brividi.
Comincio la mia salita verso la cresta del Tarino, lo sguardo è concentrato sul terreno e sulle sue subdole rocce. Una grande ombra  si muove tra le pietre e colpisce la mia attenzione: deve essere un grande rapace valutando la velocità e le dimensioni dell'ombra  proiettata sul terreno.
Alzo lo sguardo  e cerco il proprietario dell'ombra: un grande Grifone  volteggia su di me, e poi planando si allontana. È lo stesso di prima? Cerca ...me?
Incontrare un grifone così vicino è un emozione  forte che comunque avevo già provato sulle impervie montagne di Rocca di Cambio.
Arrivo in cima e lo spettacolo è perfetto: sotto di noi un lago che sembra una virgola azzurra; oltre si alzano rilievi azzurrognoli che mettono alla prova la mia conoscenza delle montagne della zona. Fa effetto vedere, anche se da lontano, i canaloni della Majella che ancora ospitano qualche piccola lingua  di neve che splende al timido sole di oggi, mentre quassù tira un arietta frizzante da farti pelo e contropelo.
Nel contempo mi soffermo ad osservare la moltitudine di persone  che oggi percorrono i sentieri nei dintorni, sotto di me  o con me in vetta; probabilmente sono molti di più e senz'altro più sensibili alla salvaguardia  ed alla cura della montagna. Da qui sopra la pista da sci  mi appare come uno squarcio nel fianco della montagna, un'offesa che un angolo di natura così suggestiva  e selvaggia non avrebbe certo meritata. Questo è Monte Contento (2015 m.) oramai devastato da un comprensorio sciistico in via di abbandono. Monte Crepacuore (1997 m.) che può essere solo vettore di sensazioni negative. Monte Viglio, una delle montagne più belle dei Simbruini: d'inverno la copertura nevosa rende l'ambiente estremamente suggestivo. La brulla  e sassosa montagna del Velino, ricca di dirupi e brecciai e con un aspetto desolato e desertico. Più in la Conca del Fucino.....
In cima raggiungo Antonietta Scala che scollinava il Tarino, un po' preoccupata per la discesa molto ripida e pericolosa. Rimango con lei per tutto il percorso per dargli... un'occhiata in tutti i punti critici della corsa.
Uno stridio acuto molto vicino mi fa alzare la testa di scatto in alto, verso la sommità aspra e rocciosa del Tarino. Temevo un attacco del Grifone visto prima. No, è un Corvo Imperiale che sicuramente ha nidificato su queste rocce: lo si deduce dal suo modo di volare in cerchio intorno ad uno sperone di roccia.
Si scende vertiginosamente in giù, passando prima per il Tarinello, il Pozzo della Neve e poi  per la discesa di Morra Costantino che ci porta direttamente al Santuario della Santissima Trinità di Vallepietra che richiama, nel periodo estivo, un gran numero di pellegrini.
Il Santuario è posizionato in un luogo impervio, aspro e selvaggio, da far pensare ad un punto di passaggio. Sul piazzale ci appare un maestoso altare all'aperto che si affaccia sulla sottostante vallata del Simbrivio, che sembra quasi custodire dall'alto. La cappella, ricavata nella roccia, si apre sulla piazza e vi si accede per mezzo di una rampa. Niente di sfarzoso, molto semplice, con una equilibrata facciata neoclassica.
> Il posto è pieno di pellegrini, parecchi scalzi, e quello che più mi fa impressione è la persistenza del pellegrinaggio a piedi. Migliaia di pellegrini che si incamminano dai loro rispettivi paesi per raggiungere, alla vigilia della solennità, il Santuario. Pellegrini dal versante ciociaro  ed abruzzese si inerpicano su i monti  e guidati dai loro stendardi, senza temere il freddo, il caldo o la pioggia, affrontano i disagi  di ore e ore  di cammino, oltre a notti all'aperto,  pur di non mancare  a questo appuntamento atteso tutto l'anno. Ed è piacevole ascoltarli perché si esprimono  attraverso un linguaggio antico ma semplice, seguendo modalità arcaiche ma non per questo meno capaci di parlare all'uomo di oggi.

Alzo la testa e guardo il preoccupante costone roccioso che ci sovrasta. Antonietta fa delle foto mentre io sorrido al ricordo della leggenda locale che narra che un contadino che arava la terra sopra il costone, vide cadere giù i suoi buoi con l'aratro. Sceso alla base della grande parete rocciosa vide, con grande meraviglia, i buoi inginocchiati davanti ad un misterioso dipinto della SS Trinità apparso all'interno di una piccola grotta; l'aratro era rimasto impigliato in una sporgenza della roccia...
Mi guardo attentamente intorno: qui il rapporto con la natura è totale, intimo, ancestrale, divinizzato per ingraziarsi i favori  per la riuscita  del viaggio dei pellegrini. Si avverte, in questa natura selvaggia, il senso di appartenenza  ad un genere umano puro  ed incontaminato, che fa della condivisione  del proprio e dell'altrui dramma, la base della propria sopravvivenza.
Mentre scendiamo il pericolosissimo sentiero per arrivare a Vallepietra (parecchi sono caduti e si sono fatti male) anche Antonietta scende con molta cautela ed io, mentre l'aspetto giù, faccio delle riflessioni. Ciò che mi colpisce è la selva di croci, di varia forma  e foggia, che ho visto prima del Santuario, tutte piantate a terra a memoria dei fedeli del tal paese. Ho letto un po' le scritte: c'è tutta la toponomastica dell'intera Ciociaria ma anche dell'Abruzzo ed oltre.
Adesso mi prende un senso di ammirazione.
Se correre a piedi sta diventando uno sport diffuso per riconciliarsi  con il proprio fisico, per questi pellegrini è stato, da tempi lontani, un modo di testimoniare la propria devozione , affrontando le fatiche e i disagi dei viaggi a piedi, con lo scopo di recuperare un rapporto più disteso con gli altri e con l'invisibile. E per questo i pellegrinaggi aumentano sempre di più in questi tempi e la religiosità popolare, a volte disprezzata, finisce per  configurarsi  come una specie di "rivincita di Dio".
Oggi, in questo smarrimento totale, non farà certo male rivolgersi ancora  una volta, con le parole e con la mente, all'unico vero Dio in cui tutti noi crediamo veramente, ottenendo in cambio quella forza e quella pace interiore che era propria dei nostri avi, dei nostri nonni, dei nostri genitori. E tutto questo anche solo  attraverso una semplice preghiera. Otterremmo così una pace  ed una forza che serve a tutti i podisti che vogliono affrontare una corsa così dura  come quella di oggi.
Ah, dimenticavo di dirvi che Pellegrino a Vallepietra fu anche Karol  Wojtyla, il 3 ottobre del 2000, al Santuario della SS. Trinità, in una storica visita "lampo segreta", ma sfortunatamente  per Lui, fu immortalato da una macchinetta "usa e getta"  mentre firmava il registro degli ospiti.
Si scende adesso nella valle dove il paesaggio è veramente incantevole, soprattutto dove  è solcato dal fiume  Simbrivio  e dagli innumerevoli torrenti e piccole cascate.
Entriamo nell'abitato di Vallepietra e la prima cosa che colpisce, oltre la varietà degli scorci panoramici, è il fascino offerto  dalle stradine del borgo medievale: insomma per l'aspetto di un paese di montagna che ha saputo  valorizzare e conservare anche le più piccole testimonianze del passato.
Lasciamo il paesello e cominciamo l'ultima e durissima salita che ci riporterà a Livata.
Il sentiero per arrivarci è un antico percorso utilizzato dai boscaioli e pastori che comprende anche  tratti costruiti  con muri a secco e passerelle di legno. La gradita sorpresa è che i Simbruini, spesso aridi e rocciosi, mi hanno regalato questo spettacolo di cascate e cascatelle alla salita finale, originando anche invitanti piccole pozze d'acqua alle quale mi sono spesso dissetato. Che voglia di buttarmi nell'acqua gelida che scende dalla montagna, quasi a legarmi spiritualmente  a questa montagna per il resto della mia vita. Ma la notte incombe e raggruppando le nostre ultime energie, io è la mitica Antonietta ci "mangiamo" la salita e scendiamo verso il traguardo dove gli amici "Orange" ci aspettavano forse un po' preoccupati.
Una corsa bella ma durissima, una corsa che ci ha purificati nel corpo e nello spirito e ci ha preparati per le prossime avventure sulle nostre belle montagne italiane.

Un ultimo sguardo alle valli e alle cime che oggi mi hanno ospitato: un grazie ed un ... arrivederci.





Foto gentilmente concessa da Gianfranco Bartolini

Foto gentilmente concessa da Gianfranco Bartolini

Gara: Gran Trail dei Monti Simbruini (06/07/2014)

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