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Fuga da Alcatraz!
di Stefano Borgioli, 17/06/2022

Le 7.15 di domenica 5 giugno a San Francisco.

Sono su una nave parcheggiata davanti all’isola di Alcatraz e sto per gettarmi nelle acque fredde della Baia assieme ad altre centinaia di triatleti.
Ci sono voluti due anni per arrivare fino a qui.
Iscritto per il 2020, ma l’evento fu cancellato per il Covid.
Rimandato al 2021, ma a quel punto non era possibile entrare negli States, sempre per il Covid.
E finalmente eccomi qua, alla partenza dello Escape from Alcatraz!
Siamo tutti sul ponte della barca.
Fuori piove.
Clima un po’ nebbioso.
Fra i partecipanti c’è un livello di energia e di determinazione che a convogliarlo si bucherebbe una montagna.

Partono le note di “Star Spangled-Banner”, l’inno nazionale americano, che fa sempre un certo effetto a quelli come me cresciuti a pane e marmellata e film di marines.
E ora ci siamo davvero.
L’acqua della Baia è a 14 gradi.
Ho due cuffie una sopra all’altra, la muta di neoprene e dei meravigliosi calzari, sempre in neoprene.
Aprono i portelloni laterali della barca.
Prima salta in acqua la dozzina di professionisti.
Poi i diversamente abili, davvero fonte di ispirazione e di coraggio.
E poi la massa.

Era il momento che aspettavo da tanto.
Arrivo sul bordo, l’acqua un metro e mezzo sotto.
Neanche un pensiero. Salto!
Gli occhialini reggono e comincio immediatamente a nuotare.
Bisogna allontanarsi all'istante per evitare che quelli dopo ci saltino in testa.
L’adrenalina è tale che l’acqua non mi pare neanche troppo fredda.
Zero emozione, mi metto subito a lavorare sodo.
Comincio a risalire la fiumana di quelli partiti prima di me.
Tocca fare un po’ di slalom.
Cerco di mantenere la direzione.

Ho studiato in anticipo i punti di riferimento sulla costa e li traguardo uno dopo l’altro.
Tengo anche un occhio ai kayak e ai gommoni dello staff.
Nuotare in queste acque è davvero una bella sensazione.
A un certo punto faccio anche due bracciate a rana con la testa fuori per assaporare la vista.
È comunque un lavoro, non una gita panoramica, rimetto giù il capo e ricomincio a nuotare.
Per arrivare da Alcatraz alla costa si attraversa prima la corrente che va verso il Golden Bridge (sono cinque milioni di galloni al secondo …) e poi si nuota con la corrente a favore.
Dopo 2700 metri circa e 32 minuti arrivo alla spiaggia dove si tocca terra.

Finito il nuoto!
Esco, mi accaparro uno dei pochi “stripper” a disposizione che mi leva la muta in due secondi.
Come sbucciare una banana.
Da solo ci avrei messo svariati minuti.
Mi carico la muta in spalla e comincio a correre verso la transition area.
Dalla fine del nuoto alla bici ci sono infatti 800 metri di asfalto, terra ed erba.
Un assaggio di quello che verrà dopo.

Le scarpine di neoprene sono ottime anche per questa corsetta di riscaldamento.
A piedi nudi mi sarebbe piaciuto molto meno.
Continua a piovere.
Arrivo alla transition area.
Apro la scatola di plastica in cui avevo lasciato tutto all’asciutto.
Scarpe da bicicletta e calzini.
Casco e occhiali.

Partenza!
Le prime due miglia sono piatte, ma nessuno sembra spingere troppo sui pedali.
Mi adeguo, sapendo che sarà una giornata lunga e faticosa.
Si inizia a salire le colline di Presidio in mezzo a boschi di alberi centenari.
La pioggia esalta i profumi della Natura ma rende l’asfalto parecchio scivoloso e io non sono certo un cuor di leone in bicicletta.
Anzi, diciamo che sono ben fifone.
Sulle discese a picco tiro i freni con decisione.
Anche su quelle non a picco.
So di perdere posizioni, e già in bici vado piano di mio, ma sono qui per arrivare in fondo tutto di un pezzo, non per vincere.
In salita vado bene, il quadricipite non esattamente da signorina fa il suo dovere.

Il percorso è splendido anche con la pioggia e le brume, a volte si esce da una curva e appare un panorama da film.
Boschi, spiagge, oceano, il Golden Bridge.

Dopo diverse salite e discese anche la bici finisce.
di nuovo alla transition area.
Riapro la mia splendida box impermeabile, cambio scarpe e inizia l’ultima parte.
La corsa è quasi sopravvivenza pura.
Continua a piovere.

Il percorso comprende asfalto (poco), sentieri sterrati, sabbia, una scalinata di sabbia (i 400 scalini della temutissima Sand Ladder), erba.
Il tutto ridotto dalla pioggia a fango e melma, che rendono la corsa molto più faticosa.
Il mio obiettivo è correre tutte e otto le miglia senza fermarmi.
Arrivare senza rallentare.
Qualcuno invece comincia a camminare già dall’inizio.
Comincio correndo pianino.
Mi sento bene.
La fiducia cresce.
Anche la corsa è in gran parte salita e discesa, a tratti anche ripida.

Quando si arriva a correre al bordo dell’oceano con le onde che si infrangono sulla spiaggia a tre metri di distanza l’emozione è magnifica e compensa lo sforzo di correre sulla sabbia bagnata.
La Sand Ladder passa quasi senza sforzo, gli allenamenti fatti salendo i piani del grattacielo della BCE pagano.
Rimane solo l’ultima ascesa e poi è tutta in discesa fino al lungo rettilineo finale.
Le gambe reggono.
Mi permetto perfino un allungo negli ultimi 500 metri, anche per scrollarmi di dosso un po’ di gente e tagliare il traguardo da solo.
E arrivo!

Smetto di correre qualche metro prima della fine e taglio il traguardo camminando, per prolungare quel momento.
Sono stanco ma sto bene.
Sono felice.
Ho pensato per anni a questo traguardo, ma ora è fatta.
E bene!

Finisco in 03:17:23.

41-esimo su 126 nella mia classe di età (parziali: 15-esimo a nuoto, 50-esimo in bici, 37-esimo nella corsa).

Pattern usuale.


Video dell’evento:







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