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Matese, montagne di pastori, briganti e... sognatori
di Ettore Golvelli, 17/02/2018

Fin da bambino sono stato sempre affascinato dalle cime innevate dei monti, soprattutto di quelle montagne che, in lontananza, vedevo dal balcone di casa mia e che poi ho scoperto essere quelle che dividono la Campania dal Molise. E questo perché mi sentivo legato ad esse come ad un riferimento naturale di collegamento tra varie popolazioni, pur distanti tra loro, un po' come interessano i centri abitati, le montagne, le valli, le sorgenti d'acqua, le grotte e tutto ciò che è particolare in un ambiente vissuto.
È questo è il fascino che prende chiunque sente il bisogno di "scoprire", conoscere cosa c'è al di la dei monti, delle valli e dei confini del proprio paesello, per sapere di più e per appagare il desiderio di capire chi viva attorno a noi, insieme a noi e cosa ci accomuni e ci differenzi.
Così crescendo, proprio come il topo di oraziana memoria, ho travalicato i limiti delle mie conoscenze ed ho scoperto percorsi, valichi, torrenti e fiumi prima a me sconosciuti, incuneandoli nelle prime conoscenze  storiche - geografiche della regione e successivamente in quelle dell'Italia, arricchendo il mio iniziale sapere e godendo per le nuove scoperte che si aggiungevano a quelle già acquisite, proprio come fa lo scolaro nell'apprendimento delle discipline curriculari.
Questa mia caratteristica o, se volete sensibilità, si è radicata anche per la mia storia personale. Oltre ad essere un assetato di nuove conoscenze, sono anche uno dei tanti meridionali cresciuto nel Nord Italia "ammalato del Sud", ammalato dei suoi paesaggi e del suo patrimonio culturale, dell'odore degli uliveti e del colore dorato dei campi di grano e della bellezza struggente dei suoi paesi dove l'urbano entra nel rurale ma che non è sempre consapevole di quanto la ruralità  ha dato e ancora può dare all'urbanità.
Ora che il mio futuro non è più un enigma, ora che non mi spaventa più e la mia vita scorre tranquilla, sono tornato sotto queste cime innevate per spegnere una sete che ancora mi sorprende, ancora mi affascina. A S.Potito, sotto il limpido cielo del Matese, ho finalmente bevuto dopo una lunga arsura. Ci sono tornato, mi sono dissetato, ci sono rimasto e questo perché... ho seguito la corrente.
E così ho scoperto San Potito Sannitico, una pittoresca e bella piccola cittadina che sembra calma e placida la prima volta che ci arrivi. In un giorno pensi di averla vista tutta e il giorno dopo ricominci daccapo. E daccapo ricominci a vedere te stesso, molto probabilmente davanti ad un opera d'arte.

L'aria è fresca di montagna e amichevoli cani randagi passeggiano lungo i sentieri di ciottoli. Ma ti rendi conto velocemente che, oltre l'esteriorità, vi è qualcosa di ancora più sorprendente. Molte cose mi hanno stupito in questo mirabile paesello. Di alcune mi sono accorto subito: sono palpabili, ti si presentano senza nemmeno andarle a cercare. Altre bisogna viverle per capirle.
La prima cosa che mi ha stupito a S.Potito sono state le persone per strada che ti prendono e camminano con te, e ti accompagnano nei luoghi e ti raccontano del paese, della sua storia, delle sue leggende... e poi arriva qualcuno, come a passarsi il testimone; e questo nuovo arrivato prosegue dove l'altro si è fermato, come una sorta di narrazione collettiva.
E poi i giardini, con i loro fiori profumati, e ortaggi e verdure colorate, terrazzati  e murati, lussuosi e modesti, alcuni di loro dissolti  nel paese in modo tale che quasi non ti accorgi della loro presenza.
Attraverso  discrete e rispettose esplorazioni in punta dei piedi capisco che i giardini sono la chiave per comprendere la segreta bellezza di questo splendido borgo. E quando  provi a dargli una forma S.Potito ti risponde con un suono: quello di vene d'acqua che corrono fresche nei giardini, tra un terrazzo ed un frutteto, sospesi come un mezzanino. Ed è spettacolare un olivo centenario che convive con una pianta di uva bianca e un giallo limone splendente, ed insieme intonano un canto comune che risuona con l'acqua che zampilla da un fontanile e con la brezza fresca della montagna.
Perché a S. Potito c'è acqua, di giorno, di notte, dappertutto. Si sente nell'aria e nelle orecchie, e scorre generosa e fresca, abbondante e limpida. E lo fa giù, nelle viscere underground, ma anche all'aria aperta sotto il cielo, visibile in fontane, canali, lavatoi, che appartengono alla collettività e da essa sono usati in vari modi.
Di notte, nel silenzio del paese, quando i suoi abitanti dormono e riposano in letti caldi, l'acqua scorre invisibile, nei tubi come nelle pietre, passa sotto le case, sotto la terra, come se dovesse lavorare per qualcosa, come se non potesse perdere tempo e rimanere ferma. Non importa che non si aprano i rubinetti, essa scorre, continua a farlo senza soste, incessante, inudibile.
Di notte, nel silenzio di questo paese, passeggiando tra le strade, puoi sentire con più forza anche il mistero della vita dietro le finestre delle case. Che le luci siano accese, magari fievolmente, o siano state spente. Senza alcun dubbio. E i muri, per questo, sembrano contenere solo un silenzio bloccato, un assenza apparentemente insondabile ma non è vero: sono vivi  e vitali.
E di giorno, nel mio errare, ho incontrato i lavatoi, luoghi d'incontro e inno alla vita, dove l'acqua può raccontare storie magiche a chi sappia ascoltare con il cuore mentre il sole gioca con le sue pareti, ingentilite da mani d'artista. E le ombre luminose saltano, ondeggiano, proiettano luci abbaglianti che mi trasportano in luoghi lontani... e mi fanno sognare.

Ma adesso basta sognare e veniamo alla corsa. Oggi S.Potito Sannitico organizza per la prima volta il Vertical dei Sanniti Pentri, una scalata verso le cime del Matese percorrendo l'antichissimo sentiero che attraversa la splendida Valle del Londro e che sbocca nei pressi di un antichissimo abbeveratoio di animali da pascolo.
La giornata è freddina ed il sole fa a botte con capricciose nuvole che non hanno voglia di andarsene. I runners scalpitano ed al via danno vita alla solita sfilata di colori intensi e si incuneano tra i vicoletti del paese, direzione montagna.
Un po' alla volta si lascia il centro abitato del paese e comincia un nuovo spettacolo: more di rovo, ombrelle di fiori invernali sfuggiti allo sfalcio, ulivi non curati, un tiglio in una piccola piazzetta tra l'asfalto sgretolato ma che mi ricorda dei tempi della mia infanzia. Foglie d'olmo per terra, colori sottili che ci invitano a tornare in autunno per rubare le fugaci e fragili armonie del pioppo, il giallo della robinia infestante.
Adesso si sale lungo una mulattiera costeggiata da un vecchio muro di pietre "a secco" che circondano gli splendidi giardini di una casa gentilizia di antichi nobili partenopei. Frugando nelle crepe del canuto muro intravedo aneliti ed esplosioni vegetali: sono piante pioniere che si insinuano un po' alla volta sgretolando anche il mediocre cemento che li aggrega, esprimendo resistenza e coraggio, un vigore e un colore che potremmo e dovremmo invidiare. Perché le piante viaggiano, le erbe soprattutto. Si spostano in silenzio, come le brezze. Non si può nulla contro il gentile respiro della montagna.
Adesso si sale decisamente. Alzo la testa per asciugare il freddo sudore sulla fronte e guardo su. Sullo sfondo, in alto, ho la montagna del Matese, una presenza discreta e costante che non ti lusinga con cime aguzze e rocce da scalare, ma dialoga dolcemente con la sua coltre verde che tutto avvolge  e mimetizza.
La mia corsa di oggi mi porta proprio tra il Matese, che spinge fin qua il suo gobbone boscoso e il sentiero in alto, adagiato in quella frangia silenziosa  e sublime che è il limitare di un paese, dal lato del Ponente. E per questo sprazzi di sole pomeridiano illuminano il sentiero che sale vorticosamente.
All'improvviso il bosco dirada dal lato sinistro della dura salita. Una piccola finestra permette di affacciarsi giù, verso uno spettacolare orrido creato dal capriccioso fiumiciattolo Lontro, formando una spettacolare profonda gola.
Adesso la salita incrocia un antico tratturo, un tracciato antichissimo. Lo si deduce dalla cura delle pietre accumulate ai lati del sentiero che descrive un po' la vita dei pastori che periodicamente  passavano da queste parti per la transumanza.
I pastori del posto sono i veri protagonisti di queste splendide montagne. Forti di antica esperienza tramandata da generazioni, quassù preparavano con grande abilità il formaggio pecorino e la finissima ricotta che nel suo tremulo, fumante e morbido candore, veniva  delicatamente riposta nelle tradizionali "fuscelle" e conservato gelosamente.
Quassù, su queste splendide montagne, ancora adesso si consuma in una profonda solitudine la vita di generazioni di pastori, gente che vive aggrappata alle loro pietre, persi tra prati sterminati ad alta quota, rubando la sopravvivenza agli umori della natura. Nel mio girovagare tra queste splendide montagne ho visto il loro volto continuare a tradire l'assoluta devozione alle magie delle pietre e del legno. Ho mangiato spesso insieme il loro povero pane di segala messo a seccare in madie di legno  corrose dal tempo, e ho sentito il sapore di un mondo in bilico tra l'antica coscienza e ricordi sbiaditi.

E questi sono i pastori, uomini con le rughe che sorridono, uomini che non hanno mai lasciato la montagna, uomini che fanno un lavoro che nessuno più vuole, uomini contenti di avere qualcuno con cui parlare per snocciolare aneddoti ed antiche storie. Storie di vita raccontate a volte con qualche luogo comune ma certo sempre con sincerità e rispetto, gente testimone di un passato che si aggrappa e resiste ancora, chissà fino a quando, in queste montagne bellissime e lontane dal progresso e dalla modernità.
Si sale e si arriva in una piccola pineta. Il sottobosco qui è molto bello: i folti pini coprono, con un tono cromatico più cupo, la china del colle mentre più in alto, più vasta, la faggeta brilla di mille sfumature e si distende verso le valli in alto.
Guardo in alto e sento che il vento si è fermato e si sente qualche uccello che gracchia da lontano. Una fredda brezza mi annuncia l'arrivo della nuova quota della corsa e l'inizio della "bora del Matese" un vento che ha reso famose queste montagne soprattutto nelle calde giornate estive.
Quassù due sono gli elementi predominanti: l'aria, così leggera, inconsistente, impalpabile; nell'aria nascono i venti, le brezze, si addensa l'umidità delle nuvole, condensa la pioggia, si forma la neve. E l'acqua, fonte di vita e principale responsabile del modellamento del paesaggio. E il Matese è figlio dell'aria e dell'acqua.
E le grotte, matrone indisturbate che affondano le proprio radici nel buio della montagna. Nelle grotte il tempo  scorre lentissimo, le forme sono immutate e contengono la chiave per comprendere la storia e l'evoluzione anche del paesaggio esterno. Le grotte non sono soltanto luoghi d'esplorazione, di studio naturalistico e di avventura ma anche scrigni di storia e arte.
Adesso affronto l'ultimo tratto di salita che mi porterà all'abbeveratoio montano di monte Airola, da dove si può ammirare un panorama stupendo a 360 gradi. E da quassù il Matese si presenta grandioso, in un alternanza di creste dentellate e dirupi inaccessibili, di luoghi piano alti, profondi valli e balze che rompono la china dei monti, di gole strette, pareti verticali e bastioni imponenti, selve rigorose e prati prati smaglianti di colori.

Nella valle, circondata dai suoi faggi  secolari, sono salutato dagli allegri campanacci di mucche che pascolano tranquille brucando la tenera erba che cresce quassù, imbiancata dalla recente nevicata.
Al centro della valle, un pozzo ed un abbeveratoio tutto in pietra: un piccolo capolavoro di "arte povera" che testimonia l'importanza del pascolo montano. "L'abbeveratoio di monte Airola" è una riserva di acque meteoriche destinate a soddisfare il fabbisogno idrico dei capi di bestiame allevati al pascolo in montagna. Una struttura centenaria in pietra dove l'acqua viene sollevata a mano mediante secchi dal pozzo sottostante. L'acqua non è sorgente ma di raccolta, proveniente dall'invaso superficiale e dilavata mediante canalizzazioni a cielo aperto dalle colline circostanti.
E proprio qui, tra i faggi e gli aceri che in autunno arrossano i versanti dei monti, alloggia un ospite d'eccezione: il lupo. Questo straordinario animale è diventato l'ultimo rappresentante dei grandi predatori che un tempo popolavano queste montagne. Demonizzato da ingiuste leggende e in passato combattuto da contadini e pastori, oggi questo meraviglioso animale è tornato finalmente ad abitare il Matese.
E questo è il Matese, una serie di montagne inglobate nella terra dei Sanniti, un fiero popolo  guerriero che, nel passato, ha tenuto testa ai Romani. Ma anche terra di pastori e di transumanza e per un certo periodo  anche da briganti, che conserva  ancora una forte tradizione silvo - pastorale con greggi e pastori sparsi in tutto il territorio montano.

E qui finisce la mia corsa e lo spettacolo che solo questo posto può offrire. Ho descritto questi posti perché amo questo meraviglioso paesello di nome S. Potito e queste straordinarie montagne che mi hanno accolto ed accettato per sempre e perché, in ogni stagione, in ogni momento, mi regalano sempre nuove emozioni che appagano la mia sete.
Un grazie particolare agli amici Orange che hanno partecipato a questa gara ed hanno rappresentato degnamente la Podistica Solidarietà e soprattutto onorato la mia ospitalità.


Gara: Vertical dei Sanniti-Pentri (10/02/2018)

SCHEDA GARA



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