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100 km, anzi 102
di Daniela Paciotti, 05/06/2017

Ci sono due modi, anzi tre per vedere il Passatore e decidere di fare questa “gara”. Il primo è la sfida verso gli altri. In questo caso si guarda il runner più simile, della stessa società o di altra, che percorrerà o ha già percorso i 100 km e si imposta il proprio piano di allenamento e le proprie aspettative verso quei tempi che si avvicinano e superano quelli in considerazione.
Il secondo è la sfida verso sé stessi. Migliorare la propria prestazione, rifarne altre,  conquistare un gradino in più nella propria autostima.
Il terzo modo è fare il Passatore, semplicemente per finirlo. Visto dall'angolazione dei primi due, quest’ultimo diventa un runner (se runner) di serie “B” o addirittura di “C”, ma forse val la pena di guardare un po’ più da vicino le sue caratteristiche e le sue aspettative.

Sarà che non sono più una ragazza, sarà che la corsa a partire dalla lunghezza maratona, diventa una gara di coraggio e sopravvivenza, sarà che in qualche modo avevo un conto in sospeso con questa 100 km… insomma dopo la mia rinuncia dell'anno scorso al 42 km, pur se con la ripresa e l’arrivo con le donne operate al seno della staffetta, un certo dispiacere mi era rimasto. Così a dicembre, ho pensato di rifarla.
Qualcuno potrebbe dire che dicembre per maggio è un tempo non adatto per preparare una 100 km (di cui quasi la metà in salita) ma in una gara come questa, salvo Giorgio Calcaterra, credo nessuno possa parlare e dare indicazioni al 100% valide per tutti. In una 100 km entrano in gioco troppi fattori.
La forma fisica, impeccabile. La determinazione, forte. La lucidità mentale, perfetta. La motivazione, fortissima… e poi la giusta alimentazione, l’allenamento specifico, le reazioni alla fatica e anche tanto altro che non può essere preventivato.
E poi, una immaginabile eppure imprevedibile situazione: il buio improvviso che durante il percorso a partire da un minimo di 2 ore (solo per Giorgio) ti può sorprendere e, diciamocelo, affrontarlo e superarlo è una bella prova. Al buio si affiancano le lunghe ore in solitaria, il possibile sonno, la stanchezza, i possibili crampi dovuti ad una non indifferente salita e una corrispondente discesa, i dubbi su cosa prendere da mangiare, la sete, magari anche il freddo o il caldo in eccesso e non salvaguardati. Insomma ci vuole coraggio, calma e sangue freddo.

Torniamo a me. Quando ho deciso di riprovarla ho cercato di calcolare e preventivare tutto, ma veramente tutto.La mia partenza sarebbe stata con la mia amica Lucia che, questa volta, sapevo in anticipo, mi avrebbe accompagnata soltanto fino al 32 km, primo cancello, Borgo San Lorenzo.
Per la partenza con lei non mi serviva praticamente nulla, lo start alle 15:00 mi ha permesso di mangiare un bel piatto di pasta burro e parmigiano in compagnia di Marco con largo anticipo.
Alla partenza non si ha nemmeno il tempo per fare scatenare l’adrenalina, al massimo un po’ di sudore, si parte con calma, un po’ per sperare che fotografi o video riportino la tua presenza, un po’ perchè, proprio come nella vita, si parte sempre in tanti pieni di speranza e forza.
I primi 32 km (ho sulle gambe tre maratone in 3 mesi e mezzo diverse mezze e un lunghissimo) sono veramente gioiosi, allegri, con Lucia, tra una battuta, una risata, un passo accelerato o rallentato, piccole sfide tra runner lenti o camminatori, ci si segue, ci si sorpassa, ci si fa sorpassare.
Si ha tempo per conoscere, salutare, anche raccontarsi un po’. Lucia mi diverte perché riconosce gli accenti (lei è Toscana Doc) e tra complimenti, sorrisi, pane e mortadella, i km scorrono velocemente, non mi accorgo delle salite e nemmeno del caldo: i rifornimenti quest’anno sono perfetti. In più le mie gambe stanno benissimo (senz’altro l‘integratore alle rape rosse che prendo regolarmente da mesi).
Nel mio allenamento/allenamente ho fatto alcune considerazioni. Innanzi tutto, ciò che deve essere considerato è lo sbalzo termico, si parte con il caldo e si percorreranno molti km in notturna. Il primo tratto ha forti pendenze in salita e il secondo in discesa, quindi il mio allenamento doveva (ed è stato) sviluppato con moltissime ripetute in salita e discesa di lunghezza non inferiore al km. La  media tra le due doveva non superare i 9-10 minuti a km, sempre di camminata sportiva naturalmente, anche se ogni tanto, per muovere altri muscoli e mantenere velocizzato il passo, mi sono concessa qualche intervallo di corsetta di massimo 300 metri (una specie di Galloway al contrario).
L’ aspetto divertente di chi utilizza la camminata sportiva è che quando i runner rallentano e spesso camminano, li si supera facilmente e anche se potrebbe essere considerata una sciocchezza, questo psicologicamente aiuta moltissimo.

Ritornando al percorso: primo cancello Borgo San Lorenzo, un’ora di anticipo sul tempo limite. Saluto Lucia, compagna eccezionale, ci abbracciamo e vado a recuperare il primo cambio: indosso una maglietta a maniche lunghe sotto la canotta orange, cambio di pantaloni, in lungo e levo le calze a compressione che l’anno scorso mi hanno fatto soffrire al 40 km. Preparo i bastoncini che ho preventivato mi saranno utili nel momento di massima pendenza, lucine sulle caviglie e luce frontale, preparo lo zainetto come se partissi per un trail in autogestione e riparto, da sola questa volta.
Ecco, questo va detto: se il Passatore spaventa per i km, lo fa in modo più forte e vibrante per la paura di dover compiere questo tragitto da soli, di aver bisogno di una parola e non trovare nessuno che possa esserti accanto al bisogno, affrontare, per i più, il buio, è molto più pesante di affrontare i km.
L’anno scorso, avevo previsto tutto questo come percorso umano ed esperienziale, non sarei mai stata sola, eppure, nonostante questo, ho subito in modo emozionale una sensazione di abbandono, anche temporaneo (avevo comunque Alessio accanto) che mi schiantò al 42 km. Quest’anno il mio pensiero e i miei allenamenti sono stati fatti nella considerazione che nella vita, la maggior parte dei km (reali o metaforici) dobbiamo compierli da soli.
Certo, ci si incontra, si percorrono tratti più o meno lunghi con amici o conoscenti occasionali, ma per me la vera forza ciascuno la trova in sé stesso e nella natura intorno a sé.
Così, mano a mano che si faceva buio intorno, il paesaggio cambiava connotati, le luci in grandi tratti erano solo quelle di chi ti precedeva (non mi sono mai voltata indietro) e delle lucciole ai bordi.
Sapete che le lucciole femmine sono ferme a terra e quelli che volano sono i maschi? Anche questi erano pensieri che mi avvolgevano. Al buio ci sono sensi che si acutizzano per sostituire quelli che diventano meno importanti; così annusi l'aria, percepisci a pelle il cambio di temperatura, sorseggi l’umidità della notte e ascolti i tuoi piedi mentre segnano e consegnano i tuoi passi alla strada.
Avevo preventivato e immaginato due punti di difficoltà psicologica: il 42 km dove mi ero fermata l’anno scorso e il 65 km, lunghezza massima fatta da me in allenamento. Scoprirò poi il vero punto in cui un essere umano rallenta e perde forza…

Il 42 (in realtà circa 700 metri prima) l’ho riconosciuto, dopo averlo cercato, sul lato sinistro della salita, un muretto basso che non dimenticherò mai che mi fermò lo scorso anno e sul quale cercavo un attimo di riposo. Ma quest’anno ero molto più forte e, nonostante la salita si facesse ripida e difficile io acquistavo velocità e consapevolezza. E’ incredibile quante persone in quel tratto io abbia superato o lasciato indietro. Quante macchine seguivano e si fermavano per dare sostegno, anche solo per qualche attimo ai “podisti della notte”. Sentivo i respiri spesso affannati, a volte cadenzati. Nella notte ci si affiancava, ci si appoggiava in muto accordo, a volte ci si presentava “Ciao sono Mauro di Bologna, faccio il magazziniere e tu?” poi di nuovo ognuno per la sua strada che diventava percorso umano… Salire, salire, e ancora salire.
Provo un nuovo brivido se ripenso alle tre curve finali a U, ripidissime tipo Speata a sinistra, a destra, a sinistra e poi le luci, La Colla! Irreale mi è sembrato il mio passaggio sul tappeto: quasi un’ora e mezza prima del tempo massimo dopo "quella" salita!
Sono solo un po’ stanca, mi dirigo a prendere un brodino caldo in cui intingo un granetto, poi mi vado a cambiare totalmente per la seconda volta scendere con il sudore addosso ora sarebbe un errore!
Nel tendone poche persone si alternano, qualcuno riposa su una panca, qualcuno arriva e afferma che rinuncerà a proseguire, incontro Salvatore dalla Sicilia, anche lui Istruttore di camminata sportiva alla sua prima 100, ci scambiamo impressioni, anche qualche sospiro.
Mi cambio integralmente, pantaloni lunghi ma più morbidi, maglietta di cotone a pelle e nuova maglietta orange, scaldacollo e kway pesante. Provo a cambiare i calzini con le dita con calzini normali, poi opto per riprendere gli altri… chi se ne frega se quando li leverò i piedi puzzeranno!!! Lascio panni sudati e bastoncini, i pullman scopa li riporteranno all’arrivo.
Non ho cambiato le scarpe, ma, come già a Borgo San Lorenzo, cambio solo le solette interne! Sicuramente qualcuno mi bacchetterà, ma io quando si consuma un paio di scarpe conservo le solette e, nei lunghi km di trail le cambio: ho notato che spesso questo accorgimento mi permette di ripristinare velocemente un buon ammortizzamento senza pesi inutili! Provare per credere… tanto non costa nulla!

Riparto. L’aria frizzante e anche un po’ freddina mi fa capire che ho fatto la scelta giusta nel cambio, qualcuno nel buio si lamenta del freddo, qualcuno da di stomaco, io proseguo di passo veloce, sono in discesa, la tentazione di gettarmi di corsa è forte, ma ho fatto solo la metà del percorso, so che lo pagherei con gli interessi. Accendo la musica che inserisco solo con un auricolare dalla parte opposta alla strada così da sentire ogni possibile macchina o avvertimento e vado.
Sinceramente non so come gli altri si siano sentiti in questo tratto di strada, salvo il mitico Giorgio, credo che tutti gli altri ci si siano ritrovati al buio o quasi. Io ero nel buio profondo eppure mi piaceva un sacco!
Io amo la solitudine nonostante sia una compagnona, o forse proprio per questo! Mi piace la compagnia degli altri, ma anche la mia. Adoro pensare, rivedere, moltiplicare sensazioni, amplificare emozioni già vissute, non si è mai soli se si ha la testa lucida e un cuore che batte  in sintonia con la natura! Anzi a volte è proprio nello stare da sola che riesco a trovare una grande forza di azione o di reazione.
La mia amica Giuseppina che l’anno scorso ha affrontato e superato questa 100 km mi aveva invitato a trovare qualcuno che mi accompagnasse, ma devo dire che non l'ho ascoltata (non ho nemmeno trovato qualcuno che lo volesse fare) e non me ne sono pentita. Attraversata da ogni pensiero dai più divertenti “se mi scappa ora, dove la faccio?” ai più nefasti... tipo ”se cado lateralmente quando mi ritrovano?”. Scendevo giù solo con un po’ di sonno incombente… solo che quest’anno il caffè, lungo come una 100 km, c’era e io ne ho fatto sempre una scorta a ogni ristoro, così da superare, sonno e stanchezza e arrivare pimpante e ancora con grande anticipo a Marradi, 65 km!
Il 65 km per me era paragonabile al 35 km di preparazione di una maratona: il lunghissimo prima e la lunghezza massima percorsa di seguito nelle 24 ore! In più l'anno scorso l’avevo vissuto stando sul pullman dei ritirati, vedendo tante persone con la sofferenza negli occhi e nelle gambe, ritirarsi, qualcuno addirittura scendendo dal pullman e ripartire!!!
L’anno scorso a Marradi ho abbracciato la mia amica Giuseppina e ho visto  la staffetta delle donne in rosa con Laura e Maria correre in avanti! Quest’anno ero io, l'assoluta protagonista della mia vita e del mio percorso e, quindi non potevo non gratificarmi con un bel massaggio! MI sono affidata alle signore della croce Rossa in uno stanzone dove qualcuno riposava sotto una copertina, qualcuno piangeva per le vesciche sotto i piedi (stop forzato) qualcuno si era ritirato o stava per farlo.
Ripensando a quel momento di piacere sottile mi sorprendo della mia lucidità mentale: davo consigli agli altri sul fatto che non avevo vesciche perché sotto i famosi” calzini con le dita” mi ero riempita di un gel antivesciche che evidentemente faceva abbondantemente il suo lavoro, poi battute e risate con le signore e i runner presenti, ripensandoci bene non c’erano altre donne tra questi…
Wc veloce e si riparte! Ho un attimo di indecisione al bivio, ma la strada è fortemente illuminata e anche se ormai in giro ci sono pochissime persone è difficile perdersi.



Da questo punto in poi il tempo si sospende, e anche i km perdono un po’ di consistenza. Credo che sia il punto più monotono del percorso, almeno all’inizio, so che devo percorrere altri 11 km per arrivare a San Cassiano, passando per San Adriano (quanti santi!!!) un altro cancello!
Ma, in mezzo a tutto questo percorso, pur uno dei più lenti per me, ci sono le prime luci dell’alba, cominci a guardarti intorno. Io che ho fatto varie volte l’Alba Race, compresa la prima edizione (la più bella) a settembre, in cui albeggia nel momento in cui arrivi allo Stadio dei Marmi, mi rendo conto di quanto sia bello rinascere con il nuovo giorno. Ho superato la buia notte dell’anima e del sonno, della sofferenza, delle salite e delle discese, ora si deve andare oltre le gambe, ora ci vuole la testa!
Non a caso, in questo tratto c’è un altissimo numero di ritirati. Qui si mette alla prova la personale capacità di resistenza mentale. Lo sforzo fino a questo punto è stato immenso, ora si vede se lo abbiamo gestito nel modo giusto. Come in una maratona al 34-35 km: se ne hai ancora e se hai il coraggio di continuare!
Chi mi conosce sa che il coraggio è una delle forze maggiori del mio carattere, prova ne sono i tanti trail, i lunghi su strada, ma anche in barca (5 vogalonga di 34 km), sotto il sole o sotto l’acqua, di notte nei boschi, spesso in condizioni estreme di solitudine. Chi non mi conosce può pensare io sia solo una “cicciottella signora avanti con l’età” che fa qualcosa che non dovrebbe forse fare… chi non mi conosce.
Una mia cara amica, anni fa, quando allenavo il dragonboat, mi rimproverava dicendo che mostravo come facile ciò che era facile fare solo per me e questo naturalmente creava poi frustrazioni e sofferenza.
Comunque, anche se con un tempo superiore alla media, ma sempre sopra i 5 km/h richiesti arrivo al 76 km (penultimo cancello) e mi nutro al volo con pezzetti di uovo sodo, acqua gassata e un po’ di succo di frutta.
A ben vedere lungo tutto il percorso ho preso solo un integratore endurance nei primi 50 km, una pasticca di sali e una barretta al limone, masticato due gomme, bevuto acqua gasata a ogni ristoro, mangiato tre fette di pane e mortadella e due pezzetti di banana oltre a qualche bicchiere del lungo caffè (ho letto che il caffè lungo contiene una dosa maggiore di caffeina), non ho avuto disturbi digestivi e sono ancora molto lucida.

Proseguo verso l’ultimo cancello, Brisighella, all’88° km. La storia di questo cancello è particolare per me. L’anno scorso, dopo essermi ritirata al 42 km ed essere stata trasportata in oltre 8 ore di viaggio sul pullman dei ritirati fino all’arrivo, mi ero diretta, un po’ demotivata all’albergo, dove dopo essermi assicurata che la staffetta delle donne in rosa avesse continuato il suo percorso trionfale verso l’arrivo, giacevo per terra in corridoio, "spalle al muro pronta a difendermi”
Dalla sua camera uscì Marzia, l’ultima staffettista delle donne operate al seno con la quale avrei dovuto condividere nel  mio progetto “In cammino per la Vita” i 12 km finali appunto da Brisighella a Faenza.
Marzia, come molti sanno, mi ridiede la forza di tornare sul percorso, non prima di aver indossato la mia maglia di donna operata al seno. Insieme, raggiungemmo in macchina  Brisighella, dove aspettammo l’arrivo di Rosella che passò la sua corona di fiori, testimone della staffetta, a Marzia. Da lì fu storia fino all’arrivo cui giungemmo  per mano con tutte le altre Meravigliose donne che si erano alternate lungo la 100 km e con loro traversai il traguardo con le lacrime agli occhi.
Ecco forse proprio il pensiero della mia emozione dell’anno scorso mi ha portato a fare l’errore grande della mia 100 km e a sottovalutarne l’effetto.
A Brisighella sono arrivata con un compagno di viaggio di Catania, non ricordo di esserci scambiati i nomi, che alternava corsa a camminata, circa 2 ore e 20 di anticipo sul tempo massimo, quindi ci siamo detti, abbiamo tutto il tempo per fermarci un po’, prendere un buon caffè al bar, un bel bicchiere di acqua “fresca” con limone e andare in bagno. Così abbiamo fatto.
Solo che l’acqua fredda, il caffè caldo, lo stop sulla tabella di marcia mi ha creato ben presto un mix esplosivo di nausea, giramento di testa, abbassamento di pressione che la temperatura in aumento e il percorso totalmente sotto il sole ha reso duro da sopportare.

I km scorrevano a fatica e per la prima volta ho avuto paura di non farcela, soprattutto ho avuto paura di collassare, cadere in mezzo alla strada e interrompere in modo incosciente la mia incredibile avventura.
Mi sono fermata una prima volta per circa 10 minuti in un piccolissimo angolo di ombra, mi sono sdraiata e ho alzato le gambe, davanti agli occhi disorientati del mio occasionale compagno che non sapeva come aiutarmi. Poi mi sono rialzata e insieme a lui, sono arrivata a Errano, postazione del 95 km.
Ho obbligato il mio amico catanese a ripartire, un’altra sosta non avrebbe permesso di arrivare nel tempo massimo, studiato al minuto, che ci avrebbe dovuto portare alle 10:40-10:50 a tagliare il traguardo!
Io mi sono fermata. Mi sono fatta misurare la pressione, avevo 55 di minima, mi alzavo e mi risiedevo, una panca, in piedi, sdraiata sulla barella, in piedi… Nausea, vomito trattenuto… intanto passavano le poche persone che erano rimaste dietro me, ormai al limite del tempo e io mi domandavo perché? Proprio lì dove l’anno scorso ero andata spedita e sorridente (ma oltre ad essere circa due ore prima avevo sulle gambe solo una cinquantina di km)
Dopo aver mandato un messaggio di ottimismo a mia sorella de Brisighella, ora mi trovavo costretta a mandare un messaggio del mio ritiro: avevo perso!
Davanti a me una ragazza, Flavia, che raccoglieva i ritirati per il pullman, aspettavano una persona che era dietro, una che alla fine credo non sia più arrivata in tempo… mi guardava e diceva “provaci” e io, ancora oggi provo il brivido della lotta, il cuore che ti dice che ce la puoi fare, il corpo che ti dice “ io ti assisto e ti seguirò, qualunque sia la tua decisione” la mente che vuole comandare e sa che può fare la differenza tra un vincente e un perdente e infine il cuore, quel muscolo che ti chiede emozione per continuare a battere!
Tutto questo, nel tempo che passava, attraversava velocemente la mia mente.
Immagini passate, momenti di condivisione, con amici che avevo aiutato a trovare serenità, nella corsa o nella vita, persone che avevo accompagnato, nella corsa o nella vita… ma anche altrove, a comprendere attraverso l’ascolto del corpo e delle emozioni, la strada da percorrere, la differenza tra una stada e un percorso, tra un limite e un punto di partenza.
E’ impressionante ciò che la testa produce e ricorda quando ci fermiamo un attimo a riposare, come se tutti i mille pensieri fossero là dietro una porticina piccola piccola pronti ad uscire.



Così “in questa immensità s’annega il pensier mio…” No, mi sono detta non voglio annegare qui, nella moltitudine di coloro che non ce l’hanno fatta, con tutto il rispetto per le loro scelte io, a 5 km dall’arrivo non posso rinunciare echissenefrega del tempo massimo! Arrivare dopo 100 km è un’impresa che devo compiere.
Mi sono rivolta a Flavia e le ho detto che sì, sarei ripartita invitandoli, quando fossero partiti, a guardare dall’altro lato, se magari ero ferma, e, poi, senza più voltarmi indietro sono ripartita per quegli ultimi 5 km!
Ancora oggi e forse per sempre sento e sentirò sulla mia pelle la forza di quella partenza, sotto il sole, lungo la ciclabile, ultima degli ultimi, prima di tutti quelli che avevano rinunciato, di quelli che non sono partiti, di tutti quelli che non avranno mai il coraggio di partire e sogneranno per sempre un simile traguardo.
Lungo la ciclabile è stata un’ovazione continua e in crescendo. “La tua è un'impresa, non fermarti”, “grandissima”, “forza”, “ehilà, c’è ancora una donna!”, “tutta la mia ammirazione”, “Vai manca pochissimo”… e tanti tanti altri, avete idea di quante persone si possono incontrare a piedi, in macchina, in bici, lungo 5 km? Occhi pieni di ammirazione anche qualcuno con le lacrime, ricordando qualcosa o qualcuno… e io ero lì, in un crescendo di velocità, senza perdere un passo, con il petto sempre più gonfio di… Me.
E quando dopo il semaforo, si prende la via principale, si prosegue per quel gomito a sinistra che ti porta alla piazza di Faenza ho capito che nessuno neanche me stessa mi avrebbe più fermato.
I giudici dell’arrivo hanno riaperto il cancello per me, mi hanno abbracciato, anche se non ero in classifica Fidal l’orologio era ancora attivo e segnava 20 ore 24 minuti e 56 secondi e la piazza era tutta per me.
L’anno scorso attraversai quel traguardo con la vittoria del gruppo e la mia sconfitta personale, quest’anno c’era solo la mia vittoria personale… un brivido che ha fatto piangere tanti, mia sorella, mio cognato, Tatiana, Flavia, Lisa… oltre me, che ha portato tanti, anche sconosciuti a volermi abbracciare, a volermi applaudire, a festeggiarmi con un mazzo di fiori, a fotografarsi con me, Daniela, classe ’53, che tracciava il suo nome sull’arrivo della 100 Km del Passatore!
Cosa ha vinto? Le gambe, allenate con costanza? La mente, che aveva immaginato di tagliare il traguardo? Il cuore, che lo ha sognato e ne ha vissuto l’emozione?
Posso dire, perfettamente in linea con ciò in cui credo che io ho vinto il  Passatore “olistico” di 100 km con la perfetta unione tra Corpo, mente e anima!


Gara: 100 km del Passatore (27/05/2017)

SCHEDA GARA



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